
Sull'origine e provenienza degli Etruschi è fiorita nei secoli una vasta letteratura, non solo in ambito storico e archeologico. Le teorie esposte dalle fonti storiche a partire dal V secolo a.C., ovvero cinquecento anni dopo le prime manifestazioni in Italia della civiltà etrusca, appaiono infatti piuttosto discordanti; tale circostanza dimostra che sull'argomento non vi era tra i Greci un'identità di visioni. Considerate le strette relazioni commerciali e culturali tra Greci ed Etruschi è verosimile ritenere che gli stessi Etruschi non possedessero una propria tradizione su un'eventuale provenienza da altre aree del Mediterraneo o d'Europa; se tale tradizione fosse esistita, gli storici greci e latini l'avrebbero certamente riferita.
Le tesi sull'origine degli Etruschi elaborate nell'antichità possono essere suddivise in due filoni: l'origine orientale e l'origine autoctona. Un terzo filone, riguardante un'origine settentrionale del popolo etrusco, si basa su alcune considerazioni dello storico romano Tito Livio a proposito della popolazione alpina dei Reti ma fu elaborato dagli storici solamente durante il XVIII ed il XIX secolo. Le tesi antiche hanno dato vita a un lungo dibattito, gli studiosi moderni hanno messo in dubbio che le tesi antiche contenessero sempre fatti realmente accaduti, e hanno concluso che fossero delle narrazioni, in molti casi, basate su invenzioni totalmente artificiose.[1][2][3] Tutte le evidenze fino a oggi raccolte dall'archeologia preistorica e protostorica, dall'antropologia, dall'etruscologia, e dalla genetica, sono in favore dell'origine autoctona degli Etruschi.[3][4][5][6][7][8][9] La fase più antica della civiltà etrusca è la cultura villanoviana, attestata a partire dal IX secolo a.C.,[10][11][12][13][14] che deriva, a sua volta, dalla cultura protovillanoviana (XII - X secolo a.C.).[11][13]
Due studi di archeogenetica, pubblicati nel 2019 e nel 2021 con la partecipazione delle università di Stanford, di Harvard, di Firenze e il Max Planck, hanno analizzato per la prima volta il DNA autosomico di campioni etruschi provenienti dalla Toscana e dell'Alto Lazio. I risultati hanno confermato che gli Etruschi erano una popolazione autoctona, geneticamente simile ai Latini del Latium vetus della prima età del Ferro.[15][16] In particolare, lo studio del 2021 ha evidenziato l'assenza nel DNA etrusco di una componente genetica riconducibile al Mediterraneo orientale o all'Anatolia, un dato che supporta un’origine locale e non alloctona degli Etruschi.[17] Queste conclusioni sono state confermate da ulteriori ricerche successive.[18][19][20]
Critiche all'attendibilità delle tesi sull'origine degli Etruschi nella storiografia antica
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L'etruscologo francese Dominique Briquel mette in evidenza come tutte le versioni della storiografia greca sull'origine degli Etruschi siano da considerare costruzioni narrative artificiose, elaborate in ambienti ellenici o ellenizzati anche per scopi di natura politica, e non vadano pertanto considerate alla stregua di documenti storici.[21][22][23][24][25]
Infatti i racconti degli autori greci sulle origini degli Etruschi, oltre che discordanti, sono redatti molti secoli dopo le prime attestazioni archeologiche degli Etruschi in Italia. Peraltro le fonti più antiche, come la Teogonia di Esiodo e un inno omerico, non fanno alcuna menzione a un'origine alloctona degli Etruschi. I racconti greci, basati sul modello del racconto coloniale e il mito di fondazione, sono il risultato di una rilettura di racconti mitici in chiave propagandistica - a volte antietrusca, altre volte proetrusca -, con mutamenti determinati dai cambiamenti avvenuti nel corso del tempo nei rapporti politici tra Greci ed Etruschi. Le due tesi sull’origine orientale (quella pelasgica dalla Tessaglia e quella anatolica dalla Lidia) erano infatti mirate a collegare le origini del popolo etrusco ad un orizzonte etnico, culturale e geografico più vicino al mondo greco, mentre la tesi dell’autoctonia degli Etruschi mirava a sottolineare, con accezione dispregiativa, la distanza etnica e culturale che esisteva tra Etruschi e Greci.[23]
Tutte le evidenze fino a oggi raccolte dall'archeologia preistorica e protostorica, dall'antropologia e dall'etruscologia sono favorevoli a un'origine autoctona degli Etruschi:[3][4][5][6][7][8][9] archeologicamente e linguisticamente non sono state infatti trovate prove di una migrazione dei Lidi o dei Pelasgi in Etruria.[6][7][9][27] Una forte critica in tal senso è stata espressa anche nell'antichità dallo storico Dionigi di Alicarnasso, il quale, a proposito della supposta origine degli Etruschi dalla Lidia cui fa cenno Erodoto, evidenzia che Lidi ed Etruschi non mostravano alcuna somiglianza nella lingua, nella religione o nella cultura; infatti, per quanto gli era noto, la lingua etrusca non poteva essere messa in relazione con alcun altro linguaggio conosciuto; a suo giudizio gli evidenti caratteri di arcaicità degli Etruschi negli aspetti linguistici e culturali dovevano considerarsi una prova dell'autoctonia di quel popolo.[28]
Gli archeologi concordano sulla sostanziale continuità tra la cultura etrusca di età orientalizzante e la precedente cultura villanoviana, attestata a partire dal 900 a.C. circa, e considerata la fase più antica della civiltà etrusca;[10][11][12][13][14] le manifestazioni culturali della cultura villanoviana derivano a loro volta, senza alcuna evidenza di discontinuità, dalla più antica cultura protovillanoviana (1200 a.C. - 901 a.C.) dell'età del Bronzo finale.[29] Studi recenti di linguistica hanno dimostrato una consistente affinità della lingua etrusca con la lingua retica parlata nelle Alpi:[30] si ritiene che sia la lingua etrusca che quelle retica facciano parte della famiglia linguistica tirrenica, appartenente alla lingue preindoeuropee e paleoeuropee,[31] di cui farebbe parte anche la lingua attestata in poche iscrizioni rinvenute nell'isola di Lemno in Grecia.[32]
Studi di antropologia fisica e studi recenti di genetica su campioni ossei di Etruschi vissuti tra il 900 a.C. e il 1 a.C. hanno concluso che gli Etruschi erano autoctoni:[33][34][35][36] anche gli Etruschi, come i Latini, avevano nel loro DNA percentuali significative della componente ancestrale che rimanda alle popolazioni dell'età del Bronzo della steppa pontico-caspica dell'Europa nord-orientale, considerate progenitori dei popoli di lingua indoeuropea (cultura di Jamna),[15][16][37][38][39][40] ma secondo i linguisti gli Etruschi parlavano una lingua preindoeuropea e paleoeuropea,[31] senza apparenti legami con la famiglia delle lingue indoeuropee. Tali dati indicano che la stabilizzazione nella penisola italiana e nella catena delle Alpi dei progenitori linguistici degli Etruschi e dei Reti avvenne in un'epoca ben più antica rispetto alla discesa degli antenati dei Latini e degli altri popoli italici di lingua indoeuropea avvenuta in più fasi nella tarda età del Bronzo.[41]
Le ipotesi della storiografia antica
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La più antica testimonianza sui Tirreni (il nome con cui i Greci si riferivano agli Etruschi) è contenuta in un passo della Teogonia di Esiodo, scrittore greco vissuto tra l'VIII ed il VII secolo a.C., tre secoli prima di Erodoto ed Ellanico di Lesbo, che proposero due differenti tesi sull'origine orientale del popolo etrusco.
Il passo citato di Esiodo riecheggia uno dei miti che si erano diffusi in epoca orientalizzante nel tentativo di nobilitare le origini dei popoli italici, con cui i Greci intrattenevano a quel tempo importanti relazioni commerciali. Secondo la versione tramandata da Esiodo, che rimanda al celebre episodio dell'incontro tra Ulisse e la dea Circe narrato nell'Odissea, i re eponimi degli Italici furono il frutto di questa unione: Latino, re eponimo dei Latini (diffusamente presente anche nell'Eneide di Virgilio), fu loro figlio; suo fratello Telegono, come racconta Igino,[43] generò Italo, re eponimo degli Itali (spesso considerati equivalenti o parte degli Enotri stanziati nel Meridione); infine è menzionato un Agrio altrimenti sconosciuto, che sulla base del testo di Esiodo deve essere certamente collegato a qualche tradizione italica su re o eroi eponimi non nota da altre fonti. Si noti che Servio riferisce di una tradizione che fa di Ausone, re eponimo degli Ausoni, un figlio di Ulisse e di Circe non menzionato da Esiodo[44] e un ulteriore innominato figlio della coppia è citato da Plinio il Vecchio quale re eponimo dei Marsi[45] (uno dei due è forse da identificare nell'oscuro Agrio ricordato da Esiodo). Dopo aver menzionato tali tradizioni, Esiodo sembra alludere ad una dominazione dei Latini, degli Itali e del popolo guidato da Agrio sui Tirreni. L'interpretazione più comunemente accettata è che in Esiodo l'uso dell'etnonimo Tirreni fosse esteso in senso generico a tutti gli abitanti dell'Italia centrale e che in ambiente greco il termine Tirrenia fosse al tempo di Esiodo riferibile a tutto il mondo italico occidentale.[42] Esplicita in tal senso è la testimonianza riportata secoli dopo da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui
In conclusione la testimonianza sui Tirreni di Esiodo non riporta alcuna informazione sull'origine del popolo etrusco.
Ipotesi della provenienza orientale: Tessaglia o Lidia
modificaTessaglia
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La prima tesi del filone della provenienza orientale venne sostenuta da Ellanico di Lesbo, storico greco del V secolo a.C., ed è riportata da Dionigi di Alicarnasso. L'attidografo Ellanico, rifacendosi alla tradizione ateniese, ricollega i Tirreni al popolo dei Pelasgi, stanziati nella Pelasgiotide, territorio collocato nella regione greca conosciuta in epoca storica come Tessaglia; i Pelasgi erano considerati i discendenti delle popolazioni preelleniche che abitavano la Grecia prima della discesa degli Achei e dello sviluppo della civiltà micenea; la Pelasgiotide fu invasa dalle tribù dei Dori, dei Tesprozi e dei Molossi[46] e da altre tribù greche del nord-ovest[47] alla fine dell'età del Bronzo, durante gli eventi che seguirono alla guerra di Troia e che portarono al collasso dei regni micenei e all'avvento del cosiddetto medioevo ellenico; secondo Ellanico l'invasione dei Greci determinò la fuga dei Pelasgi dalla loro patria in direzione del Mare Adriatico; essi sbarcarono nel delta del Po nei pressi di Spina e occuparono in seguito Cortona; da qui si irradiarono stanziandosi nella regione poi denominata Tirrenia, dandosi il nome di Tirreni. Sotto il nome di Tirreni tornarono poi a frequentare con le loro navi i mari d'Oriente.[48]
La tesi di Ellanico di Lesbo, seppur suggestiva, viene elaborata in un clima politico particolarmente favorevole agli Etruschi, quando cioè Etruschi e Ateniesi, sul finire del V secolo a.C., si trovarono alleati contro i Siracusani e le altre città siceliote riunite dal Congresso di Gela. La crisi politica ebbe come esito una fallimentare spedizione ateniese in Sicilia nel 415 a.C. In tale temperie il tentativo di dimostrare un'origine greca del popolo etrusco, più precisamente attraverso la connessione tra i Tirreni e la componente pelasgica preindoeuropea presente nel popolo greco (unica connessione che potesse giustificare le evidenti differenze linguistiche esistenti tra Greci ed Etruschi), appariva utile nella prospettiva di legittimare agli occhi dei cittadini ateniesi e dei loro alleati il rapporto di amicizia di recente instaurato con una popolazione così lontana dal punto di vista geografico e culturale.[50]
Va osservato che la tradizione raccolta da Ellanico non è una semplice riproposizione dell'immagine negativa dei Tirreni come pirati, diffusa a partire dall'inno omerico a Dioniso e dalla propaganda ateniese dell'epoca di Milziade: al contrario, Ellanico ribalta quella connotazione, presentando i Pelasgi divenuti Tirreni come potenti talassocrati arricchitisi con regolari traffici commerciali, rispettosi del culto degli dèi e generosi offerenti al santuario di Delfi. Questa trasformazione dell'immagine etrusca risponde a precise esigenze politiche: nell'Atene di età periclea, che intensificava i rapporti commerciali con l'Etruria e cercava alleati contro Siracusa, presentare i Tirreni come genti affini al mondo greco per radici pelasgiche serviva a legittimare sul piano ideologico un'intesa che altrimenti avrebbe incontrato resistenze nell'opinione pubblica ateniese.[23] Va inoltre sottolineato che le tradizioni di Ellanico e di Erodoto non hanno alcun elemento in comune: la prima è ancorata alla Tessaglia e al mondo pelasgico preellenico, la seconda alla Lidia; i tentativi antichi di combinarle, come quello di Anticlide, sono elaborazioni secondarie che presuppongono le due versioni originali senza risalire a una fonte unitaria anteriore.[23] Per tali ragioni storiche l'inedita tesi di Ellanico sull'origine pelasgica degli Etruschi deve essere guardata con sospetto, nel dubbio che possa essere stata artatamente creata e diffusa dal ceto politico ateniese per mere finalità di consenso.
Secondo la testimonianza di Dionigi di Alicarnasso la teoria di Ellanico di Lesbo fu fatta propria da altri storici antichi; Dionigi tuttavia critica in modo netto la tesi pelasgica con queste parole:
Lidia
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La seconda tesi sull'origine orientale degli Etruschi è riferita dallo storico greco Erodoto, contemporaneo di Ellanico: egli cita una tradizione diffusa tra i Lidi, una popolazione anatolica di lingua indoeuropea stanziata sulle coste orientali del Mar Egeo, secondo la quale la Tirrenia fu colonizzata dai Lidi al tempo del re Atys, figlio di Manes. A causa di una carestia durata diciotto anni, il re fu costretto a dividere il popolo in due gruppi: uno sarebbe rimasto in patria sotto la sua guida, l'altro avrebbe emigrato verso occidente sotto quella del figlio Tirreno, che salpò da Smirne e raggiunse le terre degli Umbri nell'Italia centrale, dove i coloni si stanziarono e fondarono città. In onore del loro capo, i Lidi d'Italia presero il nome di Tirreni.
Va osservato che Erodoto scrive nel V secolo a.C. riportando una tradizione orale dei Lidi su eventi che colloca intorno al XII secolo a.C.: tra il presunto evento e il momento della sua trascrizione intercorrono dunque circa 700-800 anni. Come hanno chiarito gli studi di Jan Vansina sulla trasmissione orale nelle società senza scrittura e di Jan Assmann sulla teoria della memoria, la tradizione orale cosiddetta «comunicativa» non oltrepassa solitamente la soglia delle tre generazioni, corrispondenti a circa 80-100 anni; qualsiasi racconto su eventi così remoti non può dunque costituire una memoria storica genuinamente trasmessa per via orale, bensì una costruzione narrativa elaborata in epoca storica.[52][53] Tale considerazione metodologica è stata applicata esplicitamente al racconto erodoteo dal linguista Carlo De Simone e dal grecista Roberto Sammartano.[54][23]
La tradizione dei Lidi è ripresa da Strabone, che collega l'impresa di Tirreno alla fondazione della dodecapoli etrusca e alla figura di Tarconte, primo re di tutti i Tirreni, dal cui nome derivò quello della città di Tarquinia.[55] Lo stesso Strabone riporta una tesi attribuita allo storico del IV secolo a.C. Anticlide, che tentò di integrare le versioni di Ellanico e di Erodoto: dopo aver colonizzato le isole di Lemno e Imbro, i Pelasgi si sarebbero aggregati alla spedizione di Tirreno partendo con lui dalla Lidia alla volta dell'Italia.[56] Nell'Alessandra, poema attribuito a Licofrone e di controversa datazione, Tirreno e Tarconte figurano come i due figli del re di Misia Telefo.[57] Altre genealogie relative a Tirreno sono menzionate da Dionigi di Alicarnasso, che le giudica prive di qualunque attendibilità: secondo alcuni autori non nominati Tirreno era fratello di Lido, re eponimo dei Lidi; secondo altri era figlio di Eracle e di Onfale, regina di Lidia.[58]
Sin dall'antichità sono stati sollevati dubbi sulla veridicità del racconto erodoteo. Dionigi di Alicarnasso critica la tesi della provenienza degli Etruschi dalla Lidia rilevando che i due popoli non mostravano alcuna somiglianza nella lingua, nella religione o nella cultura, e che la lingua etrusca non poteva essere messa in relazione con alcun altro idioma a lui noto. Dionigi sottolinea inoltre che lo storico Xanto di Lidia, nativo di Sardi e autore di una storia della Lidia in quattro libri,
Già nel 1937 la classicista statunitense Louise Adams Holland sostenne che quella di Erodoto fosse una storia del tutto falsa, la cui risonanza nell'antichità era cresciuta ben oltre le intenzioni dello stesso autore: lo storico, parlando dei giochi diffusi tra i Lidi, si sarebbe limitato a riportare un aneddoto udito da fonti non precisate.[60] Secondo l'etruscologo francese Dominique Briquel la tesi dell'origine lidia fu una deliberata fabbricazione propagandistica elaborata tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C. presso la corte ellenizzata di Sardi;[61][62][22] il grecista italiano Lorenzo Braccesi ipotizza invece che la tradizione sia nata a Siracusa, città greca della Sicilia in conflitto con gli Etruschi, intorno al VI-V secolo a.C.[59][63] Il classicista britannico Michael Grant ritiene che la storia erodotea si basi su «etimologie erronee, come molte altre tradizioni sulle origini dei popoli ai margini del mondo greco»,[64] e che, pur essendo il racconto completamente inventato, gli stessi Etruschi lo avrebbero fatto proprio per facilitare i commerci in Asia Minore durante il periodo di conflitto con i Greci.[65] Altri studiosi hanno proposto che la tradizione fosse opera dei Focei sconfitti dagli Etruschi ad Alalia,[60] o che fosse nata in funzione antietrusca nell'ambiente di Aristodemo di Cuma.[59] Lo storico statunitense Robert Drews ritiene infine che i Greci non avessero mai sentito parlare di un'origine lidia degli Etruschi prima del racconto erodoteo, che tale tradizione non fosse ampiamente nota neppure tra i Lidi stessi — tanto da non essere riportata dal loro principale storico locale — e che fosse stata inventata ad Atene verso la fine del V secolo a.C.[66]
Nonostante l'assenza di riscontri archeologici e linguistici a supporto della tesi erodotea,[27][67] la tesi di una provenienza anatolica degli Etruschi ebbe larga diffusione nell'antichità e condizionò a lungo anche gli studiosi moderni, che più volte la ripropesero acriticamente,[68] attratti dai tratti orientali presenti nella civiltà etrusca durante la fase orientalizzante; quest'ultima fu tuttavia un vasto fenomeno culturale e artistico che si diffuse nell'intero bacino del Mediterraneo due secoli dopo la nascita della civiltà etrusca, e non costituisce pertanto un indizio di provenienza orientale della popolazione.[69]
Ipotesi dell'autoctonia
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Parallelamente alle tesi sulla provenienza orientale del popolo etrusco, per alcuni autori di origini pelasgiche, per altri emigrati dalla Lidia, esisteva nella storiografia antica un filone favorevole a ritenere gli Etruschi un popolo autoctono, stanziato nella penisola italiana da epoche assai remote. Ne dà notizia Dionigi di Alicarnasso dopo aver esposto e criticato le teorie sull'origine orientale, da lui respinte sulla base delle differenze linguistiche e, in particolare per la tesi sui Lidi, delle evidenti diversità culturali e religiose:
Poco oltre lo stesso autore riferisce che gli Etruschi non chiamano se stessi né Tirreni, secondo l'etnonimo attribuito dai Greci, né Etruschi o Tusci, nomi con i quali sono definiti dai Romani, ma Rasenna, nome che essi fanno derivare da un loro eroe eponimo.[70]
Alcune delle osservazioni di Dionigi si sono rivelate fondate: la sua insistenza sull'unicità della lingua etrusca e sull'assenza di legami con il lidio o con qualsiasi altra lingua nota anticipa conclusioni a cui la linguistica moderna è giunta per vie del tutto indipendenti. Tuttavia la critica moderna ha messo in discussione che la tesi dell'autoctonia nel suo complesso rifletta una tradizione genuinamente etrusca. I termini del dibattito sono tipicamente greci, imperniati sulla contrapposizione centrale nel pensiero etnografico ellenico tra popoli autóchthones ed epeludes, ovvero indigeni e immigrati; e l'argomento principale addotto da Dionigi a sostegno dell'autoctonia, il termine tyrseis («torri», «fortezze»), da cui deriverebbe l'etnonimo Tyrsenoi, è assente dal vocabolario etrusco, mentre è documentato nel greco già a partire da Pindaro.[23]
Quanto all'affermazione di Dionigi secondo cui gli Etruschi si chiamavano Rasenna, essa potrebbe costituire uno dei pochi elementi effettivamente tratti da fonti locali etrusche; non è tuttavia sufficiente a dimostrare che l'intera tesi dell'autoctonia derivi da una tradizione indigena, poiché Dionigi la inserisce all'interno di un quadro argomentativo costruito con categorie e finalità proprie della storiografia greca di età augustea. La tesi risponde infatti alle stesse logiche ideologiche delle versioni orientalizzanti, pur capovolgendone il segno: mentre le tesi orientali miravano ad avvicinare gli Etruschi al mondo greco presentandoli come popolazioni di origine ellenica o vicina al mondo ellenico, la tesi dell'autoctonia serviva a sottolinearne l'assoluta alterità rispetto al mondo ellenico. Entrambe le posizioni rispondono però a una medesima finalità propagandistica, dettata dai rapporti politici tra Greci ed Etruschi nei diversi momenti storici. Nel caso specifico di Dionigi, affermare che gli Etruschi erano un popolo radicalmente diverso da tutti gli altri, senza legami con il mondo greco, era funzionale al suo progetto storiografico più ampio: dimostrare che Roma era una città di esclusiva matrice ellenica, e che il popolo etrusco, pur così vicino geograficamente e politicamente, non aveva contribuito in alcun modo alla sua nascita e al suo sviluppo.[23]
Le ipotesi della storiografia moderna
modificaIpotesi della provenienza settentrionale
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Un importante passo dello storico romano Tito Livio a proposito dell'Etruria padana e dei Reti, popolazione alpina delle valli del moderno Trentino-Alto Adige (ma stanziata anche in parti del Veneto, nella Svizzera orientale e nel Tirolo austriaco), riferisce di una loro derivazione dagli Etruschi, evidente sulla base delle somiglianze linguistiche:
Anche Pompeo Trogo, storico di età augustea conosciuto grazie all'epitome di Marco Giuniano Giustino,[72] e Plinio il Vecchio[73] tramandano, con altri particolari, la discendenza dei Reti dagli Etruschi: secondo i due autori romani l'invasione della pianura Padana da parte dei Galli (avvenuta verso il 400 a.C.) costrinse gli Etruschi che vi vivevano a rifugiarsi sulle Alpi, sotto la guida del condottiero Reto, da cui assunsero il nome di Reti.
Sulla scorta di tali affermazioni e della somiglianza del nome dei Reti (in latino Rhaeti) con quello dei Rasenna (con cui, secondo Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi definivano se stessi),[70] è stata elaborata nel XVIII secolo (Fréret)[74] e ulteriormente sviluppata nel corso del XIX secolo (Niebuhr)[75] la tesi di un'origine settentrionale del popolo etrusco. Altri autorevoli archeologi e storici dell'Ottocento, come Theodor Mommsen,[76] Wolfgang Helbig,[77] Gaetano De Sanctis[78] e Luigi Pareti,[79] hanno seguito questa teoria, che tuttavia ribalta la visione tradizionale degli storici di lingua latina, sostenendo che sono stati gli Etruschi a migrare da nord verso l'Italia centrale, provenienti dai territori alpini dei Reti; in altri termini, secondo l'ipotesi della provenienza settentrionale, gli Etruschi discendono dai Reti e non viceversa, come invece affermato dalle fonti latine.[80]
Come di recente ribadito a proposito dell'origine dei Reti dagli Etruschi, supposta dagli storici romani, «le evidenze archeologiche smentiscono decisamente tale rapporto di discendenza».[81] Tuttavia i più recenti studi di linguistica sulla lingua retica hanno concluso che essa fa parte, assieme alla lingua etrusca, della famiglia linguistica tirrenica, appartenente alla lingue preindoeuropee e paleoeuropee:[30] i linguisti sono propensi a datare la separazione tra la lingua retica e la lingua etrusca ad un'epoca molto antica, forse antecedente all'età del Bronzo.[82] La migrazione verso le Alpi degli Etruschi scacciati dalla pianura Padana, che non si vuole negare, sarebbe stata pertanto diretta verso le valli abitate già in precedenza da una popolazione culturalmente e linguisticamente affine agli Etruschi. Questa circostanza rafforza l'idea che Reti ed Etruschi siano due popolazioni autoctone imparentate tra loro per il tramite di remoti progenitori comuni, da cui deriverebbero le somiglianze linguistiche evidenziate da Tito Livio; in tale prospettiva sono da considerarsi erronee sia la tesi che fa derivare gli Etruschi dai Reti sia quella, proposta dalla storiografia latina, che individua nei Reti i discendenti degli Etruschi.
Ipotesi dei popoli del mare
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| "gli stranieri-popoli del mare" (n3 ḫ3s.wt n<.t> p3 ym) nella linea 52 della Grande iscrizione di Karnak[83] in geroglifici |
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A partire dalla metà dell'Ottocento, dopo la pubblicazione dei rilievi di Medinet Habu, l'etnonimo Tirreni (nelle sue forme greche, Tyrrhēnói, Tyrsēnói e Tyrsānói), il nome con il quale gli autori greci chiamavano gli Etruschi, è stato accostato anche ai Trš (Teresh o Turša) menzionati nelle fonti egizie fra i Popoli del mare, etichetta moderna coniata nel 1881 dall'egittologo francese Gaston Maspero, e successivamente al toponimo ittita Taruisa, riferito a una regione dell'Anatolia nord-occidentale e identificato da alcuni con Troia; il primo accostamento risale, in modo indipendente, a Franz Joseph Lauth e a Emmanuel de Rougé (1867), e fu rinvigorito dalla scoperta della stele di Kaminia (1885). Tuttavia dei Tirreno-Etruschi, nei testi d'epoca Miceneo-Ittita e nei poemi classici Odissea e Iliade, non si trova traccia. Massimo Cultraro la definisce una sovrapposizione meccanica di etnonimi, e Carlo de Simone respinge esplicitamente l'identificazione degli Etruschi-Tirreni con i Trš.[84][85] Michel Gras sottolinea la complessità e l'ambiguità della definizione "Popoli del Mare", e ritiene che il modello interpretativo basato sull'invasione, tipico della storiografia dell'Ottocento, sia un limite da superare per comprendere correttamente la realtà dei contatti nel Mediterraneo antico tra l'età del bronzo finale e l'inizio dell'età del ferro. Gras ritiene che spiegare i mutamenti sociali della fine del II millennio a.C. attraverso semplici "teorie invasioniste" sia un approccio irrazionale e ingenuo e sostiene che questi gruppi non agivano autonomamente, ma erano contingenti di mercenari al servizio dell'espansione micenea.[86]
Lo storico olandese Luuk de Ligt ipotizza che la presenza nel VI secolo a.C. nell'isola di Lemno di una comunità che parlava una lingua simile all'etrusco sia dovuta a movimenti di mercenari arruolati nella penisola italica dai Micenei,[87] così come l'archeologo austriaco Reinhard Jung collega ai Popoli del Mare movimenti di guerrieri dall'Italia all’Egeo e al Vicino Oriente.[88] Anche secondo Norbert Oettinger, intorno al 1200 a.C., molto prima dell'adozione dell'alfabeto, gruppi di Etruschi partirono dalle coste italiane verso l'Egeo, e questa sarebbe la spiegazione per la presenza di una lingua simile nell'Egeo all'etrusco.[89] Mentre studiosi come Robert Drews, Michel Gras e Carlo De Simone vedono nel lemnio più la testimonianza di un insediamento piratesco o commerciale etrusco nell'isola di Lemno avvenuto prima del 700 a.C.,[66][90][91][92][93] che un evento collegato ai Popoli del Mare.[94]
Le evidenze archeologiche
modificaLa questione delle origini etrusche ha condizionato la storia degli studi fin dall'inizio, dando luogo a posizioni e ipotesi che in molti casi si sono rivelate infondate. Se uno studioso come Gaetano De Sanctis si espresse in favore dell'autoctonia degli Etruschi, Edoardo Brizio sostenne il racconto di Erodoto e Luigi Pareti la tesi settentrionale; studiosi del calibro di Aldo Neppi Modona, Giacomo Devoto, Nicola Turchi, Pericle Ducati e Secondina Lorenzina Cesano criticarono invece gli argomenti dei sostenitori della tesi orientale, ribadendo come gli Etruschi si ritenessero indigeni e ignorassero una provenienza recente dall'Oriente.[95]
L'etruscologo Massimo Pallottino, riprendendo idee sviluppate da studiosi delle generazioni precedenti, tra cui Bartolomeo Nogara,[3] nell'introduzione del suo celebre libro Etruscologia, pubblicato per la prima volta nel 1942, e nel successivo L'origine degli Etruschi, pubblicato nel 1947,[96] sottolineò come il problema dell'origine della civiltà etrusca non dovesse essere incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla sua formazione. Pallottino evidenziò infatti come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli Etruschi ci si sia posti soprattutto il problema della provenienza. Secondo Pallottino, la civiltà etrusca si formò in un luogo che non può che essere identificato con l'antica Etruria; alla sua formazione contribuirono indubbiamente elementi autoctoni, insieme a componenti culturali greche e orientali, dovute ai contatti commerciali intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo durante il cosiddetto periodo orientalizzante.[97]
Le somiglianze tra alcuni aspetti della cultura materiale etrusca nelle fasi orientalizzante e arcaica e il mondo vicino-orientale furono a lungo interpretate erroneamente come prova di un'origine orientale degli Etruschi.[98] Tuttavia, la cultura materiale orientalizzante e arcaica, così come gli affreschi, seguivano convenzioni artistiche diffuse in tutto il Mediterraneo e non esclusive della civiltà etrusca. Le fattezze facciali, come il profilo, gli occhi a mandorla e la rappresentazione degli uomini con carnagione bruno-rossiccia e delle donne con pelle chiara, influenzate dall'arte greca arcaica, riflettevano modelli artistici provenienti dal Mediterraneo orientale e diffusisi in Italia a partire dal periodo orientalizzante.[99] Questi affreschi hanno quindi un valore molto limitato ai fini di una rappresentazione realistica della popolazione etrusca.[100] Solo dalla fine del IV secolo a.C. iniziano a comparire nell'arte etrusca indizi di ritratto fisiognomico.[101]
Un dossier a lungo invocato a sostegno di una provenienza orientale è quello della divinazione, e in particolare dell'aruspicina e dell’epatoscopia, per le sue strette affinità con l'estispicina mesopotamica: il Fegato di Piacenza e il fegato fittile di Falerii Veteres restano gli unici modelli di fegato noti al di fuori del Vicino Oriente, dove il genere è attestato fin dall'inizio del II millennio a.C., e due dei segni incisi sul modello falisco corrispondono alle linee dette Manzāzu («Presenza») e Padānu («Sentiero») dei modelli babilonesi.[102] Accanto alle somiglianze stanno però differenze sostanziali, come il sistema etrusco affollato di divinità a fronte di un'estispicina mesopotamica rivolta essenzialmente a Šamaš e Adad, e soprattutto una cronologia interamente tarda: le pratiche divinatorie diventano visibili nel record archeologico etrusco intorno al 500 a.C., le prime raffigurazioni esplicite di estispicio compaiono su specchi del 400 a.C. circa e i modelli di fegato non risalgono oltre il III secolo a.C.[103] La ricerca attuale, più cauta dei vecchi sostenitori di un influsso assiro-babilonese diretto, spiega perciò le affinità come trasferimento di una tecnica culturale maturato nei secoli dell'orientalizzante lungo le rotte commerciali che dall'area neoassira conducevano, attraverso Cipro, le isole greche e l'Eubea, a Pitecusa e di lì all'Etruria: un processo plurisecolare affidato, secondo le ipotesi, a specialisti itineranti, come sostenuto da Walter Burkert,[104] o a scambi fra élite accomunate da interessi economici e politici, come sostenuto da Jean MacIntosh Turfa, con apporti ulteriori ancora in età ellenistica.[105]
Come ha chiarito l'etruscologo Enrico Benelli, il contributo di Pallottino fu anzitutto metodologico: prima di lui i diversi aspetti della civiltà etrusca erano studiati separatamente da specialisti di ambiti differenti, ciascuno incapace di cogliere il quadro complessivo. Pallottino ricompose questi frammenti in una disciplina unitaria, sul modello dell'egittologia, rendendo possibile per la prima volta una ricostruzione storica integrata.[3] Sul piano delle origini, Pallottino non era autoctonista in senso stretto: riteneva infatti che la civiltà etrusca si fosse formata in Etruria, a partire da una base locale, attraverso la fusione di componenti diverse, tra cui anche una presenza orientale, pur negando l'idea di una migrazione di massa dall'Oriente. Fu la generazione successiva, forte dei risultati dell'archeologia preistorica e protostorica, a partire dal lavoro di Renato Peroni, a consolidare su basi scientifiche un autoctonismo più netto, fondato sull'evidenza materiale e non su posizioni di principio.[3]
Gli archeologi hanno più volte sottolineato come nel territorio dell'Etruria storica, tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro, non emerga alcun elemento della cultura materiale o delle pratiche sociali che possa sostenere un modello migratorio proveniente dall'Oriente, come ribadito da Gilda Bartoloni.[106] Il cambiamento più marcato e radicale documentato archeologicamente, a partire dal XII secolo a.C. circa, è l'adozione del rito funerario dell'incinerazione in urne di terracotta, elemento di matrice euro-continentale derivato dalla cultura dei campi di urne, che non può essere utilizzato come prova di un contributo etnico proveniente dall'Asia Minore o dal Vicino Oriente.[106] Al contrario, sulla base delle evidenze archeologiche, si presume che tra la fine dell'età del Bronzo e l'inizio dell'età del Ferro si siano verificate in Etruria migrazioni di gruppi umani provenienti dal versante nordalpino, dall'area danubiano-carpatica e dai Balcani settentrionali, collegabili ai campi di urne del medio-Danubio.[107][108][109][110]
I ritrovamenti archeologici degli ultimi trent'anni confermano che nelle principali città etrusche vi fu continuità tra l'ultima fase dell'età del Bronzo (XII-X secolo a.C.) e l'età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.).[2] Vi è oggi consenso tra gli archeologi nel ritenere che i Protoetruschi si siano formati nell'ultima fase dell'età del Bronzo, all'interno della cultura protovillanoviana, e che la successiva cultura villanoviana dell'età del Ferro rappresenti la fase iniziale della civiltà etrusca.[111]

Nuccia Negroni Catacchio ha precisato che le facies precedenti, appenninica, subappenninica e protovillanoviana, avevano carattere sovranazionale ed erano comuni a genti diverse in gran parte della penisola. Solo intorno alla metà dell'XI secolo a.C., con la ristrutturazione degli insediamenti nella valle del Fiora e dell'Albegna e la nascita di nuovi centri come Sorgenti della Nova e Poggio Buco, ebbe luogo anche in Etruria quel processo di regionalizzazione che altrove permette di riconoscere i Protolatini e i Protoveneti: le comunità di quei centri «possono già definirsi Protoetrusche, ossia Etruschi allo stadio protostorico e non più Protovillanoviani».[112][113]
Secondo Renato Peroni, archeologo di riferimento per la preistoria e la protostoria dell'Italia e sostenitore dell'origine autoctona degli Etruschi, la continuità archeologica in Etruria può essere fatta risalire ancora più indietro, almeno fino alla Cultura del vaso campaniforme (Bell Beaker). Una significativa discontinuità si registrerebbe soltanto durante la transizione dal Calcolitico all'età del Bronzo (2300–1000 a.C.). A partire dal 2300 a.C., l'Etruria mostra infatti una sostanziale continuità insediativa. Durante questo periodo è già evidente in Toscana e nelle regioni limitrofe una costellazione di gruppi locali generalmente associati alla tradizione campaniforme.[114] Peroni ha inoltre mostrato che tutti i principali centri occupati nel Bronzo recente dell'area medio-tirrenica continuano a esserlo anche nel Bronzo finale e che le connessioni nella produzione ceramica e metallurgica tra i due periodi non potrebbero essere più strette: non vi sarebbe dunque alcuna traccia di rottura culturale intorno al 1200 a.C. nell'area medio-tirrenica.[115]
Alla fine dell'età del Bronzo sono attestati contatti tra l'Italia centro-settentrionale e il mondo miceneo, ma è soltanto dopo l'etnogenesi degli Etruschi che i rapporti con la Grecia, il Mar Egeo, l'Anatolia e il Vicino Oriente diventano frequenti, a partire dalla fondazione delle prime colonie greche dell'Italia meridionale e dagli insediamenti punici in Sardegna, nel contesto del successivo periodo orientalizzante.[116]
Proprio sul tema dei contatti si è concentrata la ricerca più recente, che ha documentato somiglianze tra la cultura materiale etrusca e quella anatolica: dall'architettura dei tumuli monumentali alla pittura tombale, dalla cultura del banchetto d'élite all'iconografia funeraria, fino alla moda dell'abbigliamento e agli oggetti di lusso. Tali somiglianze emergono però secoli dopo le prime attestazioni della civiltà etrusca in Italia e raggiungono il loro apice in piena età arcaica, con una concentrazione particolarmente intensa nel VI secolo a.C., soprattutto tra il 550 e il 510 a.C.[117]

Le connessioni sembrano inoltre concentrarsi geograficamente in alcuni poli privilegiati: in Etruria meridionale, soprattutto a Caere e Tarquinia, con il porto di Gravisca quale punto di contatto documentato materialmente; in Anatolia, invece, la Lidia (Sardis e la necropoli di Bin Tepe), la Ionia anatolica (Mileto e Focea) e la Frigia (Gordio).[117] Va inoltre sottolineato che gli scambi non furono unidirezionali: il bucchero etrusco era apprezzato e imitato in Anatolia, mentre la forma del kantharos etrusco influenzò a sua volta la ceramica e la bronzistica greca e anatolica, testimoniando una circolazione culturale che procedeva tanto da ovest verso est quanto nella direzione opposta. Né vanno trascurate le differenze: anche laddove le forme appaiono simili, funzioni, significati e contesti d'uso divergono spesso in modo sostanziale, a dimostrazione del fatto che ciascuna cultura rielaborò autonomamente gli elementi recepiti dall'esterno.[117]
Tali somiglianze si spiegherebbero dunque non con una comune origine etnica, ma con la fitta rete di scambi commerciali, con la mobilità di artigiani, tra cui probabilmente rifugiati ionici giunti in Etruria intorno al 550–540 a.C. in seguito all'espansione persiana verso occidente, con i possibili contatti nei santuari panellenici come Delfi e Olimpia, dove le dediche votive di Etruschi e Anatolici si affiancavano e dove potevano occasionalmente verificarsi incontri diretti, nonché con la partecipazione condivisa a una koinè mediterranea d'élite. Furono dunque le connessioni, e non le origini, a rendere Etruria e Anatolia simili sotto alcuni aspetti e per alcuni secoli.[117]
Anna Maria Bietti Sestieri, rispondendo a un contributo di Peroni, sostenne che la presenza etrusca nell’Egeo dovesse essere interpretata non come il residuo di una provenienza orientale, bensì come l’espansione verso est di una potenza già pienamente costituita. A sostegno di questa tesi richiamò i materiali villanoviani rinvenuti nei santuari greci, in particolare a Olimpia e in Eubea, aderendo inoltre all’interpretazione proposta dal linguista Carlo De Simone circa la presenza a Lemno di un insediamento etrusco formato da genti provenienti dall’Italia.[118] Tale interpretazione fu accolta anche dallo stesso Peroni, che la considerò una dimostrazione del fatto «che i Tirreni di Lemno non furono se non un gruppo di popolazione marinara infiltratosi non molto tempo prima nell’Egeo e proveniente dall’Etruria».[115]
Le ipotesi della linguistica
modificaLa questione delle origini degli Etruschi, combinata con l'isolamento tipologico dell'etrusco, ha storicamente favorito la proliferazione di ipotesi linguistiche, spesso fondate su argomenti circolari o su accostamenti lessicali privi di fondamento metodologico. La lingua etrusca è stata così accostata alle lingue parlate dai più disparati popoli dell'antichità, nella maggior parte dei casi senza possibilità di verifica concreta, e molte di queste ipotesi si sono rivelate prive di fondamento.[119] Il consenso tra linguisti ed etruscologi è che l'etrusco sia una lingua non-indoeuropea, preindoeuropea,[120][121][122] e paleoeuropea,[31] e che, insieme al retico e al cosiddetto lemnio, faccia parte della famiglia linguistica tirrenica.[123] Ciononostante, l'etrusco presenta alcuni tratti morfologici che denotano un lungo periodo di contatto con popolazioni di lingua indoeuropea.[123]
La famiglia delle lingue tirreniche
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L'idea di un legame genetico tra etrusco e retico era già presente nella letteratura ottocentesca, ma fu il linguista tedesco Helmut Rix a darle, a partire dagli anni ottanta del Novecento, una formulazione sistematica e metodologicamente fondata, parlando esplicitamente di una famiglia linguistica tirrenica comprendente etrusco, retico e lemnio come tre rami di un antenato comune preindoeuropeo.[124] La proposta di Rix fu sviluppata e consolidata negli anni successivi attraverso un'ampia serie di studi epigrafici e comparativi. Stefan Schumacher applicò il metodo della linguistica storica all'analisi delle iscrizioni retiche, documentando corrispondenze morfologiche e lessicali sistematiche con l'etrusco e gettando le basi per una grammatica comparata delle due lingue.[125][126] Norbert Oettinger ha inquadrato la famiglia tirrenica nel contesto delle popolazioni dei «popoli del mare» e della protostoria mediterranea, sostenendo che etrusco e retico si siano separati dal ceppo comune in un periodo della preistoria antecedente all'età del Bronzo.[89]
Sul versante del lemnio, Carlo De Simone ha fornito il contributo filologico più autorevole, analizzando sistematicamente le iscrizioni dell'isola e in particolare la nuova iscrizione tirsenica rinvenuta a Efestia, concludendo che la lingua lemnia appartiene alla famiglia tirrenica con un tempo di separazione dall'etrusco di molto successivo a quello tra etrusco e retico.[127] De Simone ha interpretato la presenza del lemnio come la testimonianza di un insediamento piratesco o commerciale etrusco nell'isola, avvenuto prima del 700 a.C., piuttosto che come relitto di un sostrato preistorico egeo.[93] Simona Marchesini ha contribuito allo studio della famiglia tirrenica sia sul versante retico, con edizioni e analisi delle iscrizioni alpine, sia su quello teorico, approfondendo le implicazioni della parentela linguistica per la ricostruzione delle dinamiche migratorie e di contatto nella protostoria italiana.[128] Rex E. Wallace ha infine offerto una conferma indipendente della teoria attraverso l'analisi delle corrispondenze morfologiche tra le tre lingue, rafforzandone il riconoscimento nella comunità internazionale.[129]
Questa parentela costituisce un elemento dirimente nella valutazione delle ipotesi sulle origini: poiché retico ed etrusco si sono separati in epoca preistorica, qualsiasi proposta di migrazione recente dell'etrusco, in particolare quelle che ne postulano la derivazione dall'Anatolia attorno al 1200 a.C., risulta incompatibile con i dati linguistici disponibili.[130]
Altre ipotesi linguistiche
modificaIpotesi dell'etrusco come lingua indoeuropea
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Nel corso del tempo non sono mancati gli studiosi che hanno accostato la lingua etrusca alle lingue indoeuropee, o considerato l'etrusco come una lingua indoeuropea vera e propria. Nel 1842 l'antiquario William Betham propose che l'etrusco fosse imparentato con l'iberno-celtico, antenato dell'irlandese.[131] Il linguista italiano Alessandro Morandi ha sostenuto che l'etrusco sia una lingua indoeuropea di area greca, giunta in Italia millenni prima delle altre popolazioni indoeuropee e talmente isolatasi da risultare quasi irriconoscibile,[132] tesi che non ha incontrato il favore degli altri studiosi.[133]
Il linguista spagnolo Francisco Rodríguez Adrados ha proposto in più articoli, pubblicati tra il 1989 e il 2005, che l'etrusco sia una lingua indoeuropea di tipo anatolico, in particolare affine al luvio.[134][135][136] La proposta fu sottoposta a confutazione sistematica già nel 1991 dal linguista Erich Neu, che documentò come Adrados si basasse su manuali obsoleti, ignorasse la cronologia testuale ittita e citasse forme inesistenti, concludendo che la sua argomentazione non era sufficiente a dimostrare l'appartenenza dell'etrusco alle lingue anatoliche indoeuropee.[137] Il giudizio negativo sulla tesi di Adrados fu confermato da Luciano Agostiniani, che nella sua rassegna degli studi sull'etrusco del periodo 1979-2008 definì le critiche di Beekes all'indoeuropeità anatolica dell'etrusco «pesanti e inappellabili», concludendo che «l'idea si scontra con difficoltà tali che non può essere accolta».[138] Critiche alla tesi di Adrados sono arrivate anche dal linguista Giulio Mauro Facchetti, il quale ha evidenziato come i tentativi di dimostrare l'origine anatolica dell'etrusco si scontrassero con una profonda lacuna conoscitiva delle reali acquisizioni grammaticali raggiunte dall'etruscologia moderna, derubricando l'approccio dello studioso spagnolo a metodologie pseudoscientifiche ormai superate.[133]
Anche Vladimir Georgiev nel 1981 ipotizzò che l'etrusco fosse una forma arcaica di ittita, stabilendo inoltre una connessione tra i nomi dei Tirreni e dei Troiani.[139] La tesi è stata criticata per la mancanza di rigore metodologico e per l'arbitrarietà delle metatesi fonetiche ipotizzate.[140] Dieter Steinbauer ha a sua volta tentato di stabilire correlazioni tra le lingue anatoliche, l'etrusco e il retico, ma le presunte affinità, basate su ipotetici prestiti linguistici, non sono state ritenute convincenti dalla comunità specialistica.[141]
In un quadro parzialmente diverso, ma ugualmente fondato sull'indoeuropeità dell'etrusco, si colloca la teoria di Massimo Pittau, che riprende la tradizione erodotea sull'origine lidia proponendola in chiave indoeuropeistica. Secondo Pittau, sia gli Etruschi che i Sardi proverrebbero dalla Lidia, con una migrazione avvenuta per tappe: prima in Sardegna, dove avrebbe dato origine alla civiltà nuragica attorno al XIII secolo a.C., poi sulle coste tirreniche dell'Italia centrale a partire dal IX secolo a.C. La teoria è rigettata sia sul piano linguistico sia su quello archeologico: non è documentata alcuna migrazione lidia né in Etruria né in Sardegna,[27] il consenso specialistico è che il lidio e l'etrusco non siano correlati e appartengano a famiglie linguistiche del tutto distinte,[27] e le analisi di Pittau sono state criticate per il ricorso a semplici assonanze in luogo di corrispondenze fonetiche sistematiche.[133][142]
Un problema di fondo accomuna tutte le proposte di indoeuropeità dell'etrusco: tutte le lingue anatoliche appartengono alla famiglia indoeuropea, mentre sia l'etrusco sia il retico sono lingue preindoeuropee. Una ricognizione sistematica condotta da Zsolt Simon nel 2021 sulle proposte di prestiti lessicali tra le lingue anatoliche e l'etrusco ha concluso che la schiacciante maggioranza dei casi addotti risulta filologicamente insostenibile, e che i pochi casi formalmente possibili sono troppo brevi e ambigui da escludere la semplice coincidenza; Simon ha quindi concluso che prestiti anatolici non possono allo stato attuale essere dimostrati in etrusco.[130]
Rielaborazioni della tradizione erodotea
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Nonostante il progressivo consolidamento della tesi autoctona, sono ciclicamente riemerse ipotesi volte a rielaborare la tradizione erodotea su basi linguistiche e storico-comparative. Robert S. P. Beekes ha proposto l'origine degli Etruschi dall'Anatolia nord-occidentale, reinterpretando in chiave moderna la tradizione lidia riportata da Erodoto.[143] A differenza delle ipotesi precedenti, Beekes non sostiene che l'etrusco appartenga alla famiglia delle lingue anatoliche indoeuropee, ma che gli Etruschi discendessero da una popolazione pre-indoeuropea stanziata in Misia, a sud dell'Ellesponto, migrata verso occidente attorno al 1200 a.C. Le iscrizioni tirreniche di Lemno costituirebbero, in questa interpretazione, un relitto di quella fase arcaica.[143]
La proposta non ha trovato accoglienza tra gli specialisti ed è stata confutata su più fronti. Rex E. Wallace e Christopher Smith hanno rilevato che le corrispondenze fonetiche e semantiche sono del tutto labili, che mancano riscontri materiali nella tarda età del Bronzo, e che la tesi ignora la stretta parentela linguistica dell'etrusco con il retico, incompatibile con una genesi anatolica recente.[144][145] Carlo de Simone ha criticato il carattere impressionistico delle comparazioni etrusco-anatoliche, osservando che si fondano su somiglianze lessicali isolate, prive di corrispondenze fonetiche sistematiche e decontestualizzate sul piano storico e cronologico, e che i sistemi lessicali etrusco e anatolico risultano reciprocamente impermeabili.[54][146] Sul piano storico, il racconto erodoteo sull'origine lidia è interpretato dagli studiosi come una costruzione elaborata nel VI secolo a.C., priva di valore documentario per i secoli precedenti.[147][23] Sul piano cronologico, i Tirreni a Lemno non sono attestati prima del 700 a.C. e le principali iscrizioni lemnie risalgono alla seconda metà del VI secolo a.C., lasciando un vuoto di oltre quattro secoli che la teoria non riesce a colmare.[148]
Influenzati dalle argomentazioni di Beekes, diversi studiosi hanno continuato a proporre connessioni tra etrusco e lingue anatoliche. Tali proposte, tuttavia, tendono a recepire in modo acritico la tradizione erodotea e, talvolta, a mutuare argomentazioni persino dal mito letterario dell'Eneide di Virgilio. Nel solco di questa tendenza si collocano i lavori di Alwin Kloekhorst e Fred Woudhuizen, entrambi legati all'ambiente accademico di Leida, dove aveva insegnato Beekes, ed entrambi oggetto di critiche sistematiche da parte degli specialisti. Kloekhorst ha sostenuto in più occasioni l'esistenza di connessioni tra l'etrusco, il lidio e il mondo troiano, riprendendo tra l'altro la connessione tra il nome etrusco Tarχna e il dio della Tempesta anatolico già confutata da De Simone nel 1982 e riproposta invariata ancora nel 2022; Simon ha documentato come queste proposte ignorino sistematicamente le acquisizioni della filologia etrusca e i metodi della linguistica comparativa, risultando complessivamente prive di fondamento.[149] Woudhuizen ha proposto in una serie di pubblicazioni che l'etrusco sia riconducibile al luvio geroglifico; la proposta è stata respinta da René Lebrun che ha rilevato l'incompatibilità delle comparazioni con i dati della filologia anatolica,[150] e da Enrico Benelli, che ha osservato come il «fantasma dell'etimologismo» continui a ripresentarsi in questo campo di studi nella forma di proposte «essenzialmente autoschediastiche», in cui ogni autore cita solo se stesso ed è citato solo da se stesso.[151] Carlo de Simone ha a sua volta criticato il carattere filologicamente incontrollato delle comparazioni etrusco-luvie, rilevando l'assenza di corrispondenze fonetiche sistematiche e la decontestualizzazione storica e cronologica del materiale.[54]
Zsolt Simon ha documentato come la tesi dei contatti etrusco-anatolici, nonostante le confutazioni accumulate, abbia continuato a essere riproposta per effetto della diffusione operata da Beekes tra una generazione di anatolisti che ne hanno recepito le conclusioni senza confrontarsi con quanto gli etruscologi specialisti avevano nel frattempo chiarito. Una ricognizione sistematica condotta da Simon nel 2021 sulle proposte di prestiti lessicali tra le lingue anatoliche e l'etrusco ha concluso che la schiacciante maggioranza dei casi addotti risulta filologicamente insostenibile, e che i pochi casi formalmente possibili, nove in tutto di cui sei semanticamente problematici e consistenti per lo più in particelle e pronomi di forma brevissima, non escludono la semplice coincidenza; Simon ha quindi concluso che prestiti anatolici non possono allo stato attuale essere dimostrati in etrusco.[130]
Ipotesi dell'etrusco come forma arcaica di ungherese
modificaNel volume Etrusco: una forma arcaica di ungherese (2003) il linguista Mario Alinei propone, in coerenza con la sua Teoria della Continuità dal Paleolitico, di identificare l'etrusco come una fase arcaica dell'attuale lingua ungherese, appartenente alle lingue ugriche.[152] A sostegno della tesi, Alinei adduce tratti strutturali comuni, quali la natura agglutinante, l'accento sulla prima sillaba, l'armonia vocalica e l'occlusività sorda, nonché una serie di comparazioni lessicali con l'ungherese e il turco asiatico. La proposta è stata giudicata negativamente dagli specialisti di entrambe le famiglie linguistiche coinvolte: la finno-ugrista Angela Marcantonio l'ha definita «un caso di fanta-linguistica, da rigettare senza indugio e senza riserve»,[153] mentre dal versante etruscologico è stato osservato che Alinei aveva costruito le proprie analisi ignorando sistematicamente i risultati della ricerca specialistica sull'etrusco, ripercorrendo così metodologie già dimostratesi fallaci in precedenti tentativi di comparazione.[133]
Ipotesi della derivazione dalle lingue caucasiche
modificaAlcuni linguisti di epoca sovietica, tra cui Sergei Starostin, Vladimir Orel e Igor M. Diakonoff, hanno proposto una relazione tra le lingue tirseniche e le lingue caucasiche nordorientali, basandosi su presunte corrispondenze nelle strutture grammaticali, nella fonologia e nei numerali tra l'etrusco, le lingue hurro-urartee e le lingue caucasiche nordorientali.[154][155] L'idea non era nuova: già negli anni venti del Novecento lo studioso dilettante Nikolaj Jakovlevič Marr aveva proposto di collegare le lingue caucasiche al basco, all'etrusco e all'ebraico antico, nel tentativo di riunire in un'unica macrofamiglia le principali lingue isolate. La teoria di Marr è stata successivamente invalidata,[156] e la derivazione caucasica dell'etrusco è ritenuta allo stato attuale indimostrabile.
Il contributo dell'antropologia fisica
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Gli studi di antropologia fisica dell'Ottocento e della prima metà del Novecento sono caratterizzati da mancanza di rigore e coerenza scientifica,[158]e risentono di impianti teorici ancora fortemente ideologizzati. Inoltre, l'analisi craniometrica dei campioni etruschi di epoca villanoviana è condizionata dalla carenza di resti ossei di questo periodo, in quanto la pratica dell'incinerazione era la più diffusa.[159] Per questo motivo i resti ossei risalenti a questo periodo sono generalmente trovati in sepolture a inumazione.[160]
Nel 1953 Piero Messeri, sulla base dei rilevamenti operati su crani del IV secolo a.C., sostiene che gli Etruschi, seppur differenziati sotto l'aspetto culturale, non siano distinguibili antropologicamente da genti autoctone della penisola italiana.[161]
Con la fine degli anni '60 si registrano i primi timidi approcci multivariati. Una comparazione multivariata del 1969 di Massimo Cresta e Francesco Vecchi mette a confronto Etruschi, Romani e Sanniti e mostra similarità tra Etruschi e Romani, con i Sanniti in una posizione più isolata.[162]
Nel 1975 viene pubblicato lo studio dell'antropologa tedesca Ilse Schwidetzky su un numero molto ampio di popolazioni dell'età del Ferro, distribuite in un areale geografico che va dalla Gran Bretagna all'Asia Centrale. In questo studio un campione di 45 Etruschi viene classificato nel sub-cluster dell'Europa occidentale, insieme a Greci, Romani e Galli, mentre Protosardi e Sanniti vengono classificati nel sub-cluster dell'Europa orientale.[163]
Uno studio del 1980 dell'antropologo italiano Fiorenzo Facchini mostra molte affinità tra una serie di epoca villanoviana e le altre serie etrusche di epoca successiva.[160] Lo studio conclude che il problema etnico e culturale dell'origine degli Etruschi si risolva all'interno dell'ipotesi dell'autoctonia, e che sia così connesso alla formazione etnica degli Etruschi di epoca villanoviana e con le caratteristiche generali del periodo proto-villanoviano.[160]
Uno studio più recente del fisiologo e anatomista tedesco Horst Claassen dell'Università di Rostock, pubblicato sulla rivista internazionale Annals of Anatomy nel 2004 e presentato nel 2003 a un convegno internazionale svolto a Greifswald in Germania,[164] analizza sette crani appartenuti a Etruschi rinvenuti a Tarquinia tra il 1881 e il 1882.[165] Dall'analisi comparata con crani del resto d'Europa dell'età del Ferro, i crani etruschi risultano molto simili a quelli delle necropoli celtiche della Baviera meridionale e dell'Austria: in particolare a quelli della necropoli appartenente alla cultura di La Tène di Manching in Alta Baviera e a quelli della necropoli appartenente alla cultura di Hallstatt di Hallstatt in Alta Austria. Lo studio conclude che sulla base dei risultati gli Etruschi sono molto probabilmente la popolazione autoctona dell'Etruria, piuttosto che il risultato di migrazioni recenti dal Mar Egeo.[165]
Recenti acquisizioni dalla genetica delle popolazioni e archeogenetica
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Un contributo alla problematica delle origini degli Etruschi ci viene anche dalla genetica delle popolazioni e dall'archeogenetica. Gli studi di genetica si dividono principalmente in due filoni: il primo che analizza il DNA antico (aDNA) dei campioni di individui etruschi, talvolta anche in comparazione a quelli moderni, mentre il secondo filone analizza solo ed esclusivamente il DNA di campioni della popolazione moderna, che vive oggi nelle regioni che una volta costituivano l'antica Etruria, usati come proxy per le popolazioni più antiche. Le conclusioni degli studi basati sulle analisi dei campioni di individui etruschi sono in favore dell'autoctonia, mentre conclusioni più controverse e meno risolutive accompagnano gli studi basati solo su campioni moderni, molto criticati per le metodologie impiegate e per l'uso di campioni moderni in sostituzione di quelli antichi.[5][8][167][168][169][170]
Secondo l'archeologo britannico Phil Perkins, che interviene sull'argomento nel 2009 e nel 2017, "nessuno degli studi sul DNA a oggi prova in modo conclusivo che gli Etruschi fossero una popolazione intrusiva in Italia, originaria del Mediterraneo orientale o dell'Anatolia", e "ci sono indicazioni che l'evidenza del DNA possa sostenere la teoria che il popolo etrusco sia autoctono nell'Italia centrale".[5][8] Secondo il genetista tedesco Johannes Krause, co-direttore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology con sede a Jena, tutti gli indizi raccolti finora ci dicono che la lingua etrusca sia arrivata in Europa con la rivoluzione neolitica.[41]
La storica francese Marie-Laurence Haack, specialista di etruscologia, nel suo À la découverte des Étrusques (2021), ha analizzato criticamente gli studi genetici del periodo 2004-2007, individuando problemi su più livelli.[171] Sul piano degli assunti di partenza, molti di questi studi avevano fatto proprie acriticamente le affermazioni di Erodoto e di Seneca (Asia Tuscos sibi vindicat), orientando l'interpretazione dei risultati prima ancora di analizzarli. Haack sottolinea inoltre che l'interpretazione storica dei dati genetici, in particolare dei campioni moderni, non è mai neutrale e richiede cautela, poiché i pregiudizi culturali e ideologici degli studiosi possono condizionarne le conclusioni. Haack documenta infine come la diffusione mediatica di questi studi non sia stata estranea al contesto politico del processo di adesione della Turchia all'Unione europea: la tesi dell'origine anatolica degli Etruschi aveva già trovato sostegno istituzionale in Turchia a partire dagli anni venti del Novecento, con Atatürk che aveva incoraggiato convegni e favorito la presenza di studiosi favorevoli a tale interpretazione nelle università turche.[171]
Studi recenti del 2019 e 2021 di archeogenetica, basati sull'analisi del DNA autosomico, del cromosoma Y e del DNA mitocondriale di campioni di oltre 50 individui provenienti dalla Toscana e Lazio settentrionale vissuti tra il 900 a.C. e il 1 a.C., hanno concluso che gli Etruschi erano autoctoni e privi di tracce genetiche riconducibili all'Anatolia dell'età del Bronzo e del Ferro, aggiungendo che gli Etruschi erano simili geneticamente ai Latini del Latium vetus e che entrambi si posizionavano nel cluster europeo, a occidente della popolazione odierna dell'Italia settentrionale. Negli Etruschi, come nei Latini, erano presenti percentuali significative della componente ancestrale che deriva dalle popolazioni dell'Eneolitico della steppa pontico-caspica di Russia e Ucraina, considerate progenitori dei popoli di lingua indoeuropea (cultura di Jamna),[15][16][37] ma secondo i linguisti gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, considerata preindoeuropea e paleoeuropea.[31] Il 75% dei campioni di individui etruschi di sesso maschile è risultato appartenere all'aplogruppo R1b (R-M269), soprattutto R1b-P312, R1b-U152 e il suo derivato R1b-L2, arrivati in Etruria dall'Europa centrale nell'età del Bronzo, mentre il resto dei campioni etruschi apparteneva a sub-cladi di G2a (G-P15) (in particolare G2a-L497, originatosi in Europa centrale e presumibilmente arrivato in Etruria da nord),[16][172] che hanno fatto la loro comparsa in Europa nel neolitico con la diffusione dell'agricoltura. Per quanto riguarda gli aplogruppi del DNA mitocondriale, il più diffuso tra gli Etruschi era largamente H, seguito da J e T.[16] Le conclusioni dello studio del 2021 sono state confermate da ricerche successive.[18][173][19][174][20] I primi dati sul DNA antico provenienti da contesti dell'Età del bronzo, da Pian Sultano nel territorio comunale di Tolfa nel Lazio, evidenziano come il profilo genetico degli Etruschi dell'Età del ferro fosse ampiamente sovrapponibile a quello dei loro predecessori stanziati nella stessa area geografica intorno al 1900 a.C.[173] Oggi, il consenso tra gli studiosi è che l'ipotesi dell'arrivo in Etruria di una élite lidia sia altamente improbabile.[175]
Studi sui campioni antichi etruschi
modificaUno studio preliminare del 2004 dell'Università di Ferrara, in collaborazione con l'Università di Firenze, realizzato da una squadra di genetisti guidata dal professor Guido Barbujani, analizza il DNA mitocondriale di campioni ossei di 80 individui etruschi, ridotti a 28 nella fase di analisi, vissuti tra il VII secolo a.C. e il II secolo a.C., provenienti da dieci necropoli etrusche dislocate in varie zone dell'Etruria, dell'Etruria padana e dell'Etruria campana: Veneto (Adria), Toscana, Lazio e Campania (Capua).[176] Il campione da 80 è stato poi ridotto a 27 individui in fase di analisi. Dallo studio emerge che il DNA mitocondriale degli Etruschi sia condiviso sia con le popolazioni europee che con quelle dell'Asia nord-occidentale, con il maggiore numero di aplotipi in comune con i tedeschi (sette aplotipi), con gli inglesi della Cornovaglia (cinque aplotipi), con i turchi moderni (4 aplotipi), mentre solo due aplotipi risulterebbero condivisi con un campione moderno di individui toscani. Con la maggior diffusione di studi sul DNA antico a partire dal 2009, emerge che quanto condiviso nello studio del 2004 dai campioni etruschi sia con popolazioni del nord Europa, che del sud Europa che dell'Asia nord-occidentale sia dovuto alle migrazioni dei primi agricoltori europei e ai cacciatori-raccoglitori occidentali.
Due successivi studi del 2013, realizzati sempre da una squadra guidata dal professor Guido Barbujani, condotti sempre sul DNA mitocondriale di campioni etruschi, riducono l'analisi genetica solo a resti ossei provenienti dalle necropoli etrusche di Toscana e Lazio a cui vengono aggiunti nuovi campioni rispetto allo studio del 2004, e concludono che i legami genetici tra le popolazioni etrusche e quelle anatoliche debbano essere ricondotti a più di 5000 anni fa, con una più probabile divergenza avvenuta 7600 anni fa durante il neolitico nella preistoria, che dimostra come la tesi di Erodoto di una migrazione dalla Lidia avvenuta alla fine dell'età del Bronzo non sia attendibile e non contenga informazioni su qualcosa di realmente accaduto.[166][177] Sulla base dello studio del DNA mitocondriale di questi campioni provenienti dalle necropoli della Toscana e del Lazio, il DNA mitocondriale degli Etruschi era simile a quello rinvenuto nelle popolazioni del Neolitico dell'Europa Centrale,[166] in particolare alle popolazioni della cultura della ceramica lineare di Germania, Austria, e Ungheria.[178][179] Gli aplogruppi del DNA mitocondriale degli Etruschi erano in prevalenza U5 e JT (sia subcladi di J che T), e in minor parte H1b.
Nel 2015 il poster di uno studio di María C. Ávila-Arcos dell'Università di Stanford include l'analisi del DNA autosomico di tre campioni etruschi vissuti 2500 anni fa (ETR2, ETR5, ETR9). Nella PCA, con 5 popolazioni moderne, i tre campioni etruschi rientrano nel cluster del sud Europa posizionandosi vicini ai campioni moderni di individui toscani e spagnoli.[180]
Uno studio del 2018, sempre dell'Università di Ferrara, fa un'analisi comparata del DNA mitocondriale di una trentina di campioni etruschi con quello di campioni provenienti dalla Toscana nord-occidentale dell'Eneolitico, di epoca romana, di epoca rinascimentale e di epoca moderna. Lo studio conclude che esiste continuità genetica nella Toscana nord-occidentale, a livello di DNA mitocondriale, tra la Preistoria e l'epoca moderna, che gli Etruschi sono una popolazione locale non dovuta a una migrazione recente da Oriente, intermedia tra i campioni di epoca eneolitica e quelli di epoca romana, e che l'intera regione Toscana possa essere modellata come riserva genetica che risale all'età del Ferro.[181]
Uno studio del 2019 dell'Università di Stanford, pubblicato nella rivista Science, ha analizzato gli aplogruppi del cromosoma Y e del DNA mitocondriale, e il DNA autosomico di 127 campioni antichi di Roma e dintorni di varie epoche, sia preistoriche che storiche. Tra i campioni antichi lo studio ha analizzato anche undici individui dell'età del Ferro provenienti da necropoli etrusche dell'Etruria meridionale, necropoli latine del Latium vetus e da una necropoli di epoca protovillanoviana proveniente dal territorio dei Piceni. Sulla base del DNA autosomico lo studio non trova alcuna differenza significativa tra Etruschi e i Latini, i quali formano un unico cluster nelle PCA. Lo studio ha, inoltre, concluso che sia il DNA autosomico dei campioni etruschi e latini sia modellabile come se 2/3 del loro DNA provenisse da una popolazione dell'età del rame del Centro Italia, composta di EEF e WHG, e 1/3 del loro DNA provenisse da una popolazione della steppa pontico-caspica della cultura di Jamna identificata con i tardi proto-indoeuropei (PIE).[15] Anche gli Etruschi, come i Latini, avevano DNA proveniente dalla Steppe ma continuarono a parlare una lingua preindoeuropea e paleoeuropea.[15][31] Per quanto riguarda gli aplogruppi del DNA mitocondriale, i quattro campioni etruschi sono risultati U5a1, H, T2b32, K1a4, aplogruppi presenti in tutta Europa dal Paleolitico finale e dal Neolitico, mentre un solo aplogruppo del cromosoma Y è stato estratto e apparterrebbe a J-M12 (J2b-L283), trovato in un individuo etrusco vissuto nel periodo orientalizzante tra il 700 e il 600 a.C., che, secondo lo studio, possiede l'allele M314 rinvenuto in un campione della Media Età del Bronzo proveniente dalla Croazia e vissuto tra 1631 e il 1531 a.C., il cui DNA autosomico è modellabile come 60-65% EEF, 5-10% WHG e 30-35% Steppe.[182]
Uno studio del 2021 dell'Istituto Max Planck, delle università di Tubinga, Firenze e Harvard, pubblicato nella rivista internazionale Science Advances, ha analizzato gli aplogruppi del cromosoma Y e del DNA mitocondriale, e il DNA autosomico di 82 campioni antichi provenienti dell'Etruria (Toscana e Lazio) e dall'Italia meridionale (Basilicata) appartenenti a un periodo tra l'800 a.C. e il 1000 AD, tra cui 48 individui dell'età del Ferro. Lo studio ha concluso che nei campioni di individui etruschi provenienti dalla Toscana e Lazio fosse presente la componente ancestrale Steppe nelle stesse percentuali trovate nei campioni di Latini precedentemente analizzati,[15] e che nel DNA degli Etruschi fosse del tutto assente un segnale di recente commistione con l'Anatolia, concludendo che gli Etruschi erano autoctoni e avevano un profilo genetico del tutto simile a quello dei vicini Latini della prima età del Ferro. Il 75% dei campioni di individui etruschi di sesso maschile è risultato appartenere all'aplogruppo R1b (R-M269), il più diffuso ancora oggi nella popolazione moderna dell'Europa occidentale, soprattutto R1b-P312, R1b-U152 e il suo derivato R1b-L2, arrivati in Etruria dall'Europa centrale nell'età del Bronzo. Mentre il resto dei campioni etruschi apparteneva a sub-cladi di G2a (G-P15) (in particolare G2a-L497, formatosi in Europa centrale)[16][172] che hanno fatto la loro comparsa in Europa nel neolitico con la diffusione dell'agricoltura, e ancora oggi diffuse tra la popolazione moderna europea. Per quanto riguarda gli aplogruppi del DNA mitocondriale, il più diffuso era largamente H, il più diffuso ancora oggi nella popolazione moderna europea, seguito da J e T.[16] I dati degli uniparental marker e quelli del DNA autosomico dei campioni di individui etruschi dell'età del ferro suggeriscono che l'Etruria abbia ricevuto migrazioni ricche della componente ancestrale Steppe, legata alla diffusione delle lingue indoeuropee, a partire dalla cultura del vaso campaniforme, e che queste migrazioni si siano fuse con le popolazioni del più antico strato preindoeuropeo presente almeno dal neolitico, e abbia finito per sopravvivere la lingua di quest'ultimi, una situazione simile a quanto accaduto nella regione basca in Spagna.[16] Lo studio ha, inoltre, concluso, che i campioni analizzati mostrano come gli Etruschi manterranno inalterato il loro profilo genetico per quasi 1000 anni, nonostante la presenza di stranieri, e che un cambiamento demografico in Etruria avverrà solo a partire da epoca romana imperiale, in cui si registra l'arrivo di componenti ancestrali riconducibili al mar Mediterraneo orientale nella popolazione locale.[16]
I risultati degli studi archeogenetici del 2019 e del 2021 pongono un problema interpretativo di grande interesse: gli Etruschi condividevano con i Latini una componente ancestrale proveniente dalle steppe pontico-caspiche, tradizionalmente associata alla diffusione delle lingue indoeuropee, eppure continuarono a parlare una lingua preindoeuropea e paleoeuropea, del tutto estranea alla famiglia indoeuropea. Questo dato suggerisce che i portatori di quella componente genetica, giunti nell'Italia centrale durante l'età del Bronzo con la cultura del vaso campaniforme, furono assorbiti da una popolazione locale già linguisticamente e culturalmente strutturata, senza sostituirla — una situazione analoga a quanto avvenuto nella regione basca, dove una lingua preindoeuropea è sopravvissuta nonostante l'apporto genetico delle popolazioni delle steppe. In questa prospettiva, i dati genetici non solo confermano l'autoctonia degli Etruschi, ma contribuiscono a spiegare il paradosso della loro lingua isolata: non un'anomalia da risolvere cercando un'origine esotica, ma la testimonianza di uno strato linguistico preindoeuropeo radicato nella penisola italiana da epoca anteriore all'età del Bronzo.[16][31]
L'analisi di campioni di individui vissuti nell'età imperiale romana e quelli di età medievale suggeriscono, inoltre, che il pool genetico degli attuali abitanti dell'Italia centrale si sia formato in gran parte intorno a 1000 anni fa dopo le invasioni barbariche, e che l'arrivo dei Longobardi abbia contribuito alla formazione del pool genetico della popolazione moderna di Toscana e Lazio settentrionale.[16]
Studi sui campioni moderni
modificaTra gli studi le cui conclusioni sono basate solo ed esclusivamente su campioni moderni, nel 2007 una squadra guidata dal professor Antonio Torroni dell'Università di Pavia, ispirata agli studi degli anni '80 di Alberto Piazza, raffronta il DNA mitocondriale degli abitanti viventi da almeno tre generazioni nei centri di Murlo, Volterra e della Valle del Casentino con quello di altre popolazioni italiane ed estere.[183] Dalla comparazione emerge che il 17,5% degli aplogruppi del DNA mitocondriale (aplogruppi HV0, R0a, U7, U3) di un campione di 86 individui di Murlo sarebbe, secondo le conclusioni dello studio, più simile a quello degli abitanti delle coste turche che danno sull'Egeo, mentre valori molto più bassi sarebbero stati trovati nel campione del Casentino, in quello di Volterra, e nel resto della popolazione toscana. Secondo lo studio il dato di Murlo sarebbe una prova dell'origine orientale degli Etruschi. Lo studio, basato su argomentazione circolare, è stato criticato da altri genetisti,[177] da classicisti, etruscologi,[171] archeologi,[5][8] antropologi,[184] perché lo studio non avrebbe fornito la prova che questi aplogruppi trovati a Murlo fossero diffusi anche tra gli Etruschi.[185] Studi successivi hanno trovato che questi aplogruppi rinvenuti in un campione di individui di Murlo siano presenti anche in altre aree d'Italia e d'Europa, e che in Europa siano già arrivati tra neolitico ed eneolitico, ma che non fossero diffusi tra gli Etruschi.[181][186]
Uno studio dell'Università di Pavia pubblicato nel 2018 analizza gli aplogruppi del cromosoma Y, ereditato per via paterna, di un campione di italiani viventi provenienti da tutto il territorio nazionale, tra i quali un campione di Volterra, una delle più importanti città etrusche del passato. Sulla base dei risultati del campione di Volterra, lo studio conclude che la presenza dell'aplogruppo Y-DNA J2a-M67* (2,7% del campione) suggerisca contatti via mare con l'Anatolia, la presenza significativa di Y-DNA G2a-L497 (7,1% del campione), particolarmente diffuso sulle Alpi a nord dell'Italia, suggerisca una origine dal nord Europa degli Etruschi, mentre, infine, l'alta incidenza dell'aplogruppo R1b nel campione di Volterra (50% circa del campione), in particolare di R1b-U152 (24,8% del campione), non possa escludere lo scenario che gli Etruschi derivino completamente dalla precedente civiltà villanoviana e siano autoctoni, come affermato da Dionigi di Alicarnasso.[187] Se è vero che per la distribuzione moderna di J2a-M67 questo aplogruppo sia molto frequente in alcune popolazioni del Caucaso settentrionale, tuttavia questo aplogruppo, diffuso in tutta Italia, nei Balcani, in Grecia, in Spagna e Portogallo, non è particolarmente diffuso nelle aree etrusche come Toscana e Lazio settentrionale, e in Italia risulta più diffuso sulla costa del Mar Adriatico tra Marche ed Abruzzo, e nello studio ha il suo picco nella Calabria ionica.[188][189] Nel 2019 in uno studio di Stanford, pubblicato su Science, due campioni antichi provenienti dall'insediamento Neolitico di Ripabianca di Monterado in provincia di Ancona, nelle Marche, sono risultati Y-DNA J-L26 e J-M304,[15] J2a-M67 potrebbe essere così presente in Italia proprio dal neolitico e non essere la riprova di contatti recenti con l'Anatolia.[15]
Recenti studi sulla struttura genetica della popolazione degli italiani moderni mostrano come in Italia esista un cline nord-sud per i lignaggi del cromosoma Y e i loci autosomici, con una chiara differenziazione degli italiani continentali e peninsulari dai sardi moderni, che sono una popolazione isolata geneticamente. Gli italiani formano quattro cluster genetici, nord Italia, centro Italia, sud Italia, e Sardegna, e i toscani moderni sono la popolazione dell'Italia centrale più vicina geneticamente alla popolazione dell'Italia settentrionale.[190] Uno studio del 2019, basato sul DNA autosomico di 1616 individui di tutte le 20 regioni amministrative italiane, dividendo l'Italia continentale e peninsulare in due cluster, conclude che i toscani rientrano nel cluster dell'Italia settentrionale, vicini ai campioni di individui della Liguria e dell'Emilia-Romagna.[191] Uno studio del 2022 conferma ancora una volta la posizione genetica dei toscani all'interno del raggruppamento del nord Italia insieme ai lombardi.[192] Uno studio del 2013, basato su marcatori uniparentali di 884 individui non imparentati provenienti da 23 località italiane, conclude che la struttura osservata per i lignaggi paterni nell'Italia continentale, peninsulare e insulare suggerisce un background genetico comune tra gli abitanti della Toscana e del Nord Italia da un lato, e gli abitanti del Sud Italia e della costa adriatica dall'altro. Gli aplogruppi Y-DNA più frequenti nel gruppo rappresentato dalle popolazioni dell'Italia nord-occidentale, compresa la Toscana e la maggior parte della pianura padana, sono quattro lineaggi R1b (R-U152*, R-M269*, R-P312* e R-L2*).[189] In Toscana l'aplogruppo del cromosoma Y più diffuso è R1b che raggiunge il 53% circa del totale, in linea con i risultati della popolazione del nord Italia, con R1b-U152 che costituisce la sub-clade più comune tra i toscani. Gli altri aplogruppi diffusi sono, ciascuno al 10% circa, J2 (in prevalenza J2b), G2a, e E1b (in prevalenza E-V13), I1 al 4%, anche in questo caso valori in linea con il nord Italia.[187][189][193][194] Nella Garfagnana si registra un picco di R1b che raggiunge il 76%.[193] Gli aplogruppi del DNA mitocondriale più diffusi tra i toscani sono H (41% del totale), T (10% circa), K (8% circa) e J (6%) e U5 (4% circa), in linea con il resto d'Italia.[195]
Studi sui bovini
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Uno studio del 2007 condotto dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza ha analizzato il DNA mitocondriale dei bovini toscani di razza Chianina e Maremmana di età contemporanea, che risulterebbe, secondo le conclusioni dello studio, geneticamente simile a quello dei bovini dell'Anatolia. Ma un risultato simile, nello stesso studio, è stato trovato anche nei bovini di razza Calvana, Cabannina, Cinisara e Rendena.[196] In particolare, tre di questi bovini sono nativi di aree lontane dall'Etruria e abitate da altre civiltà storiche: la Cabannina è nativa della Val d'Aveto nel genovese in Liguria, la Rendena è nativa della Val Rendena in Trentino-Alto Adige e la Cinisara della Sicilia occidentale. Se la Rendena del Trentino può essere un'ulteriore conferma di un legame tra Reti ed Etruschi, questa spiegazione non sembra essere valida per la ligure Cabannina e la siciliana Cinisara, i cui territori di origine appartenevano agli antichi Liguri e agli Elimi.
Lo studio di Pellecchia e altri del 2007 è stato oggetto di critiche metodologiche.[5][8] È stato osservato che esso assume come plausibile, in partenza, un'origine orientale degli Etruschi, impostando l'analisi in modo da confermare tale premessa, in una argomentazione circolare. Fragile risulterebbe anche la base storico-letteraria su cui poggia: lo studio richiama tra le ipotesi di lavoro l'opera di Giovanni Semerano sull'origine semitica della lingua etrusca,[197] tesi mai recepita dalla comunità scientifica e respinta dai linguisti. Il linguista Facchetti ne ha contestato duramente il metodo, fondato sull'accostamento di semplici assonanze tra etrusco, sumero e lingue semitiche, prive delle corrispondenze sistematiche richieste dalla linguistica storica comparativa e ignare del contesto e delle reali acquisizioni grammaticali dell'etruscologia, osservando inoltre che gli apprezzamenti a Semerano provengono perlopiù da filosofi e intellettuali privi di competenze glottologiche e non da specialisti del settore.[133] Lo studio del 2007 cita inoltre Columella (De re rustica VI, 1–2) a sostegno della continuità delle razze bovine toscane dall'epoca romana, mentre il testo dell'autore latino descrive i bovini di Etruria e Lazio come piccoli e adatti al lavoro e segnala l'arrivo di nuovi tipi di bovini, contraddicendo l'assunto di continuità.[5]
Sul piano zooarcheologico, la presenza di aplotipi mitocondriali di origine vicino-orientale nei bovini toscani non costituisce un caso eccezionale: tutti i bovini taurini europei discendono da un piccolo gruppo di uri addomesticati in Asia occidentale e diffusi in Europa con l'espansione neolitica, e le circa 480 razze taurine europee riconosciute appartengono quasi esclusivamente all'aplogruppo T3, sottogruppo della variabilità del Vicino Oriente.[198] Gli aplotipi T, T1 e T2 di origine vicino-orientale si distribuiscono lungo tutte le coste settentrionali del Mediterraneo, in una distribuzione circum-mediterranea di origine neolitica che colloca i bovini toscani all'interno di un quadro comune e non come marcatore di una specifica migrazione etrusca.[5]
Studi successivi sulle stesse razze convergono in questa direzione. Uno studio del 2015 dell'Università della Tuscia ha concluso che la Chianina, la Romagnola e la Marchigiana abbiano origini comuni, e mostrino ancora una relazione genetica con i resti di un bovino vissuto 1000 anni fa a Ferento nel Lazio. L'albero filogenetico basato sull'analisi di 4 e 30 microsatelliti mostra come la Boscarin, razza bovina istriana considerata vicina alla Podolica, e le siciliane Modicana e Cinisara risultino più vicine ai bovini dell'Anatolia di quanto lo siano la Chianina e la Romagnola, che si trovano, invece, in una posizione più intermedia tra i bovini iberici e quelli balcanici e anatolici.[199] Uno studio del 2020 condotto da alcuni degli stessi ricercatori di Piacenza autori dello studio del 2007 ha analizzato i genomi di Chianina, Romagnola e Marchigiana tramite array SNP ad alta densità, attribuendo la componente genomica di origine asiatica presente nelle tre razze a un'introgressione adattativa da bovini indicini (zebù, Bos indicus), selezionata per vantaggi biologici quali la morfologia corporea e l'adattamento ad ambienti difficili; lo studio non fa alcun riferimento alla questione delle origini etrusche.[200]
In assenza di un controllo cronologico preciso sul flusso genico bovino verso la Toscana, secondo questa lettura non vi è ragione, al di là della coincidenza geografica, per associare la composizione genetica dei bovini toscani a una specifica migrazione di popolazioni etrusche dall'area egeo-anatolica, non confermata né dai dati sul DNA umano né dal consenso archeologico.[5][8]
Prove di macellazione di uri, un tipo di bovino preistorico selvatico, da parte di ominidi arcaici, come i Neanderthal, sono state trovate in Europa durante il Paleolitico medio. Ad esempio, nel sito di Biache-Saint-Vaast, nel nord della Francia, risalente a circa 240000 anni fa, sono state scoperte ossa di uri bruciate e con segni di taglio.[201][202] Tuttavia, i bovini europei moderni discendono tutti da uri addomesticati in Asia occidentale, tra Anatolia e Levante, circa 10500 anni fa, giunti in Europa durante il Neolitico tra 7000 e 6000 anni fa insieme a pecore e capre,[203] diffondendosi poi nei Balcani e nell'Italia settentrionale seguendo il Danubio e le coste del Mediterraneo.[204]
Influenze ideologiche e pseudoscientifiche sulle teorie delle origini
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La domanda «da dove vengono gli Etruschi?» accompagna questo popolo da secoli e gode, ancora oggi, di una popolarità che nessun'altra civiltà dell'Italia antica conosce: nessuno chiede con la stessa insistenza «da dove vengono i Latini?» o «da dove vengono i Sanniti?». L'etruscologo Enrico Benelli ha definito questa fissazione «la maledizione di ogni etruscologo che voglia rivolgersi al pubblico»: non perché la risposta sia nascosta, ma perché la domanda stessa è mal posta.[3] Essa presuppone infatti una concezione ottocentesca di «popolo» come blocco compatto, uniforme per sangue e lingua, che nasce in un luogo e poi si sposta in massa; una concezione che l'archeologia preistorica e l'antropologia contemporanea hanno da tempo abbandonato, perché le identità collettive antiche non erano realtà biologiche ereditarie ma costruzioni culturali e politiche, formate sul posto e mutevoli nel tempo.[3][1]
Proprio perché la domanda è affascinante e la risposta scientifica è meno semplice di quanto il pubblico vorrebbe, la questione delle origini ha storicamente attratto, accanto agli studiosi, una vasta schiera di appassionati, esoteristi e ideologi che hanno proposto soluzioni prive di fondamento archeologico o linguistico verificabile. Nel tempo si è consolidata quella che Benelli chiama una «vulgata»: una narrativa semplificata che circola da oltre mezzo secolo e che presenta le origini etrusche come un «mistero irrisolto», riducendo il dibattito a una scelta di fede tra Erodoto (che parlava di una migrazione dalla Lidia) e Dionigi di Alicarnasso (che sosteneva l'autoctonia), come se la ricerca consistesse nel «credere» all'uno o all'altro autore antico anziché nell'interpretare i dati materiali.[3][1] Lo storico Gary Forsythe osserva che il racconto erodoteo va trattato come la leggenda, anch'essa di origine greca, che attribuiva ai Latini una discendenza troiana: entrambe appartengono alla mitografia, non alla storia. Lo stesso vale per l'origine troiana che viene periodicamente riproposta per gli stessi Etruschi.[205] A questa percezione contribuisce anche un fattore commerciale: come ha osservato Christopher Smith, l'etichetta di «popolo misterioso» è «una trovata commerciale molto utile e redditizia, ma anche ingannevole», che vende guide turistiche e libri divulgativi proprio alimentando l'idea che la cultura etrusca sia imperscrutabile.[1]
Riconoscere questa storia aiuta a valutare le teorie che continuano a riaffiorare. Come ha mostrato lo storico Christoph Ulf, ogni fase della ricerca moderna sulle origini etrusche è stata condizionata dall'ambiente ideologico in cui si svolgeva, e la scelta tra le diverse ipotesi dipendeva largamente dalle premesse prevalenti nel contesto culturale degli studiosi.[206] Il risultato è che lo stesso piccolo repertorio di mosse argomentative, l'appello acritico a una fonte antica, la manipolazione linguistica, la selezione dei dati a sostegno di una conclusione prestabilita, è ricomparso in contesti politici e culturali diversi, di volta in volta al servizio di esigenze differenti.
Dall'Etruscheria settecentesca alle strumentalizzazioni risorgimentali
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L'interesse per le origini etrusche come problema a sé stante nasce nel Rinascimento, quando gli Etruschi furono inseriti dagli eruditi nel catalogo delle civiltà «alternative» a quella greco-romana, dotate di una sapienza antica e indipendente.[3] Già in questa fase comparvero le prime falsificazioni: il domenicano Annio da Viterbo (Giovanni Nanni, 1437-1502) fabbricò di sana pianta iscrizioni e testi etruschi per dimostrare il legame, del tutto immaginario, tra Etruschi ed Ebrei e per attribuire alla sua Viterbo origini illustri.[207][1]
Nel Settecento, con la pubblicazione postuma del De Etruria Regali di Thomas Dempster (1723-1726), questa fascinazione si trasformò nel fenomeno noto come Etruscheria: una passione romantica che portò a considerare gli Etruschi i capostipiti di ogni civiltà italica e ad attribuire loro le origini più disparate, da discendenti dei Troiani o dei Lidi a popolazioni venute dall'Oriente, in un immaginario che lo storico André Piganiol poteva ancora evocare a metà Novecento definendo l'Etruria «un frammento di Babilonia in Italia».[208][209]
Nel clima del Risorgimento questa fascinazione acquisì una valenza politica esplicita. Sullo sfondo c'era il forte antiromanismo di molti ideologi dell'unità nazionale, che associavano Roma all'idea di un impero multietnico e vedevano nell'avversario austro-ungarico il suo erede: gli Etruschi divennero così il simbolo di un'Italia preromana autonoma e originale, da contrapporre alla tradizione dominante greco-romana.[3][210] La strumentalizzazione arrivò di nuovo alla falsificazione documentaria: nel periodo risorgimentale comparvero iscrizioni etrusche apocrife destinate a rivendicare l'italianità di territori contesi, come quelle di Nizza (1872) e di Trento (1813).[211]
Manipolazione ideologica nel periodo fascista e nazista
modificaNé la tesi dell'autoctonia né quella dell'origine orientale erano invenzioni del Novecento: entrambe affondano le radici nelle fonti antiche e avevano attraversato secoli di dibattito prima di essere piegate a usi ideologici. La loro appropriazione politica nel periodo fascista e nazista rientra nel più generale fenomeno europeo dell'uso dell'archeologia al servizio delle identità nazionali.[212] Il presupposto che rendeva possibile questa operazione era l'equazione, oggi screditata, tra un popolo, una lingua, una cultura materiale e una determinata «razza»: si riteneva cioè che a una cultura archeologicamente uniforme dovesse corrispondere un gruppo etnico definito, riconoscibile dai suoi oggetti tipici. La formulazione più influente di questo principio si deve all'archeologo tedesco Gustaf Kossinna (1858-1931), la cui «archeologia degli insediamenti» (siedlungsarchäologische Methode) identificava le aree di una cultura materiale uniforme con il territorio di una specifica etnia; le sue tesi, codificate in quella che fu poi chiamata «legge di Kossinna», ebbero vasta fortuna e fornirono una giustificazione pseudoscientifica al nazionalismo tedesco e alle pretese espansionistiche che furono alla base dei due conflitti mondiali.[213][214]
In Italia, contrariamente a quanto talvolta si ripete, una parte significativa della cultura del regime fascista, documentata nei libri di testo e nell'editoria divulgativa, considerava gli Etruschi di origine orientale e di carattere effeminato e decadente, un popolo perciò destinato a soccombere ai Romani «veri Italiani», virili e autoctoni; ma la questione, come si vedrà, era tutt'altro che pacifica.[3] In Germania il quadro era analogo nelle conclusioni razziste ma capovolto nei toni: l'ideologo nazionalsocialista Alfred Rosenberg, nel Mito del XX secolo (1930), presentava gli Etruschi come individui di razza inferiore che avevano corrotto la purezza dell'antica Roma, mentre il linguista Paul Kretschmer sosteneva dal 1925 la tesi di una migrazione di popoli proto-indoeuropei dal Danubio verso l'Italia.[215][216][217][206]
La divisione emerse con chiarezza all'interno del fascismo italiano: intellettuali vicini al nazismo come Julius Evola e Giulio Cogni ripresero in chiave spiritualista la demonizzazione rosenberghiana degli Etruschi come razza orientale degenerata, mentre un'altra corrente, di orientamento «biologico» e in antagonismo con le teorie anti-etrusche e anticristiane di Rosenberg, mirava al contrario a includere gli Etruschi nell'identità razziale italiana.[218][219][213] A quest'ultimo filone appartiene l'invenzione del cosiddetto «naso etrusco»: l'antropologo Eugen Fischer elaborò nel 1938-1939 la teoria della «razza aquilina», ripresa da Guido Landra, che individuava nel naso aquilino il tratto distintivo degli Etruschi e dei loro presunti discendenti toscani, fino a Dante.[218] Come ogni categoria di questo tipo, si tratta di una costruzione priva di fondamento scientifico, viziata per giunta da un errore di metodo: Fischer deduceva i presunti tratti somatici etruschi dalle raffigurazioni artistiche, che però nell'arte arcaica seguono formule convenzionali, con paralleli nel Mediterraneo orientale, e non costituiscono ritratti realistici, risultando perciò di valore assai limitato per determinare l'etnia.[6] Contrariamente a un'altra versione diffusa della «vulgata», la moderna tesi autoctonista non è però un'eredità del nazionalismo fascista: il successo di pubblico degli Etruschi arrivò semmai nel dopoguerra, quando l'ossessione del regime per il mito di Roma aveva stancato e gli Etruschi offrirono un'alternativa, e l'autoctonia si affermò non per ragioni politiche ma per l'innesto, nella discussione etruscologica, dei risultati dell'archeologia protostorica, che non mostra migrazioni di massa significative.[3][220]
La teoria dell'origine orientale e i nazionalismi extraeuropei
modificaLa teoria dell'origine anatolica, ricavata da Erodoto, fu oggetto di appropriazione anche da parte di nazionalismi extraeuropei. In Turchia, già negli anni venti del Novecento, Atatürk sostenne istituzionalmente l'interpretazione anatolica nell'ambito della «Tesi della storia turca» (1932), una costruzione pseudoscientifica che rivendicava le civiltà con lingue non classificate (tra cui l'etrusco) come parte del patrimonio della civiltà turca antica.[221][171] Marie-Laurence Haack documenta come questo retroterra non sia stato estraneo alla diffusione mediatica degli studi genetici del periodo 2004-2007, che riprendevano la tesi erodotea assumendola come cornice interpretativa anziché sottoporla a verifica indipendente.[171][8]
Fenomeni analoghi, in contesti più informali, si riscontrano in altri nazionalismi: in Albania, studiosi non accademici hanno sostenuto la discendenza etrusca dai Pelasgi, identificati come antenati degli Albanesi, usando l'albanese moderno per «interpretare» le iscrizioni etrusche secondo un metodo tipico della fantalinguistica.[222][221]
La fantalinguistica e il caso dell'etrusco
modificaPoiché l'etrusco non appartiene alla famiglia indoeuropea ed è imparentato solo con due lingue scarsamente attestate, il lemnio e il retico (il gruppo cosiddetto tirsenico), la sua natura «isolata» lo ha reso un bersaglio privilegiato di un fenomeno ricorrente, definito da Luciano Agostiniani «passionismo» e da Giulio Mauro Facchetti «Etruscan guessology»: l'uso di una lingua moderna per «decifrare» i testi etruschi attraverso accostamenti arbitrari privi di qualsiasi fondamento metodologico.[138][133][221][223] Un dettaglio tecnico è qui significativo: gli specialisti sottolineano che l'etrusco è perfettamente leggibile, perché scritto in un alfabeto di origine greca ben noto, e che il problema non è «decifrare» una scrittura segreta ma comprendere il significato di un lessico in buona parte ancora oscuro.[1] La pretesa di aver «finalmente decifrato l'etrusco» è dunque, di per sé, un primo segnale di inattendibilità.
Nel corso di un secolo e mezzo l'etrusco è stato accostato a centinaia di lingue di tutto il mondo, dal latino al greco, dal sanscrito all'ungherese, dall'albanese al turco, con risultati ogni volta presentati come definitivi e ogni volta rimasti senza seguito.[171] Benelli individua il tratto distintivo di questa letteratura nel suo isolamento: ogni opera etimologista è «essenzialmente autoschediastica: ogni autore cita solo se stesso, ed è citato solo da se stesso».[224] Il fenomeno non è rimasto confinato agli appassionati: anche studiosi con solide credenziali, avventurandosi fuori dalla propria specializzazione, hanno prodotto proposte metodologicamente inaccettabili, come nel caso del linguista Mario Alinei, che nel volume Etrusco: una forma arcaica di ungherese (2003) ricondusse l'etrusco a un antenato della famiglia ugro-finnica, tesi liquidata come «fanta-linguistica» dagli stessi specialisti di quella famiglia.[225][133] Gli altri casi rilevanti e il meccanismo metodologico comune sono analizzati nella sezione dedicata agli studi linguistici.
La «prova scientifica» annunciata e poi ridimensionata
modificaUn meccanismo ricorrente, dall'Ottocento a oggi, è quello per cui ogni nuova tecnica di indagine viene salutata dalla stampa come la soluzione definitiva alla questione delle origini, genera una copertura mediatica sproporzionata e viene poi ridimensionata dagli specialisti. È accaduto con la craniometria ottocentesca, che pretendeva di stabilire l'origine di un popolo dalla forma dei crani; con gli studi sui gruppi sanguigni a metà Novecento; e soprattutto con la genetica.[226][3]
Tra gli anni novanta e gli anni duemila, una serie di studi sul DNA mitocondriale di alcuni campioni di toscani moderni, e perfino sul DNA dei bovini, fu presentata dalla stampa come prova dell'origine anatolica degli Etruschi e quindi della veridicità di Erodoto. Gli specialisti obiettarono però che da campioni moderni, o da intervalli cronologici troppo ampi, non si può ricostruire una migrazione collocata nel XII secolo a.C.: come nota Smith, il materiale mitocondriale poteva al massimo segnalare lo spostamento di alcune donne attraverso il Mediterraneo nell'ambito dei normali contatti dell'età del Ferro, e in ogni caso, anche qualora il DNA provasse un'origine orientale, ciò non dimostrerebbe che Erodoto «sapesse di cosa stava parlando».[1][5][8][3] La stampa, osserva Benelli, diede ampio risalto agli annunci ma omise di riferire le successive smentite, sempre a opera di genetisti.[3]
La situazione è cambiata con l'avvento dell'analisi del DNA antico, estratto direttamente da individui da contesti archeologici etruschi vissuti nel I millennio a.C.. Anche all'interno di questo approccio, però, occorreva un ulteriore affinamento: già nel 2013 erano state esaminate sequenze di DNA antico etrusco (Ghirotto et al.), ma limitate al solo DNA mitocondriale, che riflette la sola linea materna ed è quindi ancora troppo poco per ricostruire l'ascendenza di una popolazione;[166] la svolta decisiva è arrivata quando è diventato possibile ricostruire il genoma intero di individui antichi. Il primo studio a pubblicare genomi interi di Etruschi fu Antonio et al. (2019), che però toccava la questione delle origini solo marginalmente, nell'ambito di una più ampia ricerca sulla storia genetica di Roma, e non ebbe perciò un ruolo centrale nel dibattito sulle origini. La prima indagine archeogenomica disegnata specificamente sul problema delle origini etrusche fu Posth et al. (2021): basata su un transetto temporale di circa duemila anni, concluse che gli Etruschi condividevano il profilo genetico dei vicini Latini e non mostravano l'apporto anatolico recente previsto dalla tesi erodotea. Come hanno osservato le archeologhe Elizabeth P. Baughan e Lisa C. Pieraccini, questo studio è il primo in cui il dato genetico si allinea con quello archeologico, confermando la ricostruzione ormai consolidata fra gli etruscologi: la civiltà etrusca si sviluppò sul suolo italico a partire dai suoi predecessori dell'età del Bronzo e del Ferro.[117][227] Questo allineamento non contraddice però il punto di metodo segnalato dall'archeologo Phil Perkins già prima di tali studi: l'identità etnica definita dall'archeologia non coincide automaticamente con la distribuzione della diversità genetica, e l'analisi del DNA, per quanto possa accertare la presenza o l'assenza di una migrazione, non risponde alla domanda sulle «origini» nel senso che le attribuisce la «vulgata», perché quel modo di porre la questione presuppone proprio la nozione di popolo come blocco compatto che archeologia e antropologia hanno superato.[8]
La situazione attuale
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Il fenomeno non si è esaurito con la fine dei regimi totalitari né con i progressi della scienza. Teorie pseudoscientifiche sulle origini etrusche continuano a circolare in ambito esoterico, in pubblicazioni divulgative e, sempre più, sul web e sui social media. L'etruscologo Valentino Nizzo ha osservato che i «misteri» etruschi propagandati da questa letteratura «non esistono»: sono «costruzioni ideologiche» o richiami pensati per sfruttare la curiosità e talvolta l'ignoranza del pubblico allo scopo di «attrarre e vendere il proprio prodotto», veri e propri «specchietti per le allodole».[228] Lo stesso Massimo Pallottino, che pure aveva fatto più di chiunque altro per smontare la questione, vedeva nel «mistero etrusco» una visione «miracolistica» da respingere; significativamente, una delle edizioni del suo manuale Etruscologia fu messa in commercio con una sovraccoperta che presentava gli Etruschi come «un mistero che va svelandosi», a riprova di quanto l'etichetta sia commercialmente attraente perfino quando il contenuto la smentisce.[228][229] Benelli individua una causa strutturale della persistenza del fenomeno nella scarsa propensione degli accademici italiani alla divulgazione di qualità, che ha lasciato il campo a una «sedicente manualistica pseudoscientifica, per lo più autofinanziata», le cui contraddizioni interne finiscono paradossalmente per rafforzare nel lettore la convinzione che dell'etrusco non si sappia «in realtà nulla di certo».[3] Lo stesso immaginario alimenta la cultura popolare: nel cinema e nella narrativa di genere gli Etruschi compaiono di norma in chiave funebre e perturbante, legata alla morte e alla profanazione dei sepolcri (come nei film L'etrusco uccide ancora del 1972 e Assassinio al cimitero etrusco del 1982), e anche nel fumetto l'attenzione resta concentrata sulla sfera funeraria e sull'elemento enigmatico, secondo lo stesso schema che presenta gli Etruschi come «misteriosi».[228]
Gli studiosi osservano come le teorie pseudoscientifiche che continuano a riaffiorare ripropongano, di norma inconsapevolmente, un repertorio ristretto di argomenti già avanzati e respinti più volte nel corso dei secoli: la presentazione delle origini come un «mistero» occultato, l'annuncio di aver «decifrato» una lingua in realtà leggibile dal Settecento, l'accostamento dell'etrusco a una lingua moderna, o il ricorso a un singolo dato (genetico, craniometrico o di altro tipo) come prova definitiva di una migrazione.[3][1][206]
Note
modifica- ^ a b c d e f g h Cristopher Smith, Gli Etruschi, in traduzione di Barbara Belelli Marchesini, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2018 [2014], pp. 10-12, ISBN 978-88-203-8562-0.
- ^ a b Gilda Bartoloni (a cura di), Origine degli Etruschi, in Introduzione alla Etruscologia, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2012, pp. 47-81, ISBN 978-88-203-7566-9.
- ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Enrico Benelli, Le origini. Dai racconti del mito all'evidenza dell'archeologia, in Etruschi, Rusconi editore, 2021, pp. 9-24.
- ^ a b Graeme Barker e Tom Rasmussen, Gli Etruschi. Civiltà e vita quotidiana di un popolo aborigeno dell'Italia, traduzione di Ezio Rovida, I, Genova, Edizioni ECIG collana Dimensione, 2006, p. 50, ISBN 88-7544-059-X.
- ^ a b c d e f g h i j (EN) Phil Perkins, DNA and Etruscan Identity, in Phil Perkins e Judith Swaddling (a cura di), Etruscan by Definition: Papers in Honour of Sybille Haynes, Londra, The British Museum Research Publications (173), 2009, pp. 95-111, ISBN 978-0-86159-173-2.
- ^ a b c d (EN) Nancy Thomson de Grummond, Ethnicity and the Etruscans, in Jeremy McInerney (a cura di), A Companion to Ethnicity in the Ancient Mediterranean, Chichester, John Wiley & Sons, Inc, 2014, pp. 405-422, DOI:10.1002/9781118834312, ISBN 9781444337341.
- ^ a b c (EN) Jean MacIntosh Turfa, The Etruscans, in Gary D. Farney e Gary Bradley (a cura di), The Peoples of Ancient Italy, Berlino, De Gruyter, 2017, pp. 637-672, DOI:10.1515/9781614513001, ISBN 978-1-61451-520-3.
- ^ a b c d e f g h i j (EN) Phil Perkins, Chapter 8: DNA and Etruscan identity, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlin: De Gruyter, 2017, pp. 109-118, ISBN 978-1-934078-49-5.
- ^ a b c (EN) Lucy Shipley, Where is home?, in The Etruscans: Lost Civilizations, Londra, Reaktion Books, 2017, pp. 28-46, ISBN 9781780238623.
- ^ a b Diana Neri, 1.1 Il periodo villanoviano nell’Emilia occidentale, in Gli etruschi tra VIII e VII secolo a.C. nel territorio di Castelfranco Emilia (MO), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2012, p. 9, ISBN 978-88-7814-533-7.«Il termine “Villanoviano” è entrato nella letteratura archeologica quando, a metà dell ’800, il conte Gozzadini mise in luce le prime tombe ad incinerazione nella sua proprietà di Villanova di Castenaso, in località Caselle (BO). La cultura villanoviana coincide con il periodo più antico della civiltà etrusca, in particolare durante i secoli IX e VIII a.C. e i termini di Villanoviano I, II e III, utilizzati dagli archeologi per scandire le fasi evolutive, costituiscono partizioni convenzionali della prima età del Ferro»
- ^ a b c Gilda Bartoloni, La cultura villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, Carocci editore, 2012.
- ^ a b Giovanni Colonna, I caratteri originali della civiltà Etrusca, in Mario Torelli (a cura di), Gi Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 25-41.
- ^ a b c Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta fin dall'antichità, in Mario Torelli (a cura di), Gi Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 43-51.
- ^ a b Gilda Bartoloni, Le origini e la diffusione della cultura villanoviana, in Mario Torelli (a cura di), Gi Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 53-71.
- ^ a b c d e f g h (EN) Margaret L. Antonio, Ziyue Gao e Hannah M. Moots, Ancient Rome: A genetic crossroads of Europe and the Mediterranean (abstract), in Science, vol. 366, n. 6466, Washington D.C., American Association for the Advancement of Science, 8, pp. 708-714, DOI:10.1126/science.aay6826.«We collected data from 11 Iron Age individuals dating from 900 to 200 BCE (including the Republican period). This group shows a clear ancestry shift from the Copper Age, interpreted by ADMIXTURE as the addition of a Steppe-related ancestry component (...) Interestingly, although Iron Age individuals were sampled from both Etruscan (n=3) and Latin (n=6) contexts, we did not detect any significant differences between the two groups with f4 statistics in the form of f4(RMPR_Etruscan, RMPR_Latin; test population, Onge), suggesting shared origins or extensive genetic exchange between them.
[Abbiamo raccolto dati da 11 individui dell'Età del Ferro risalenti al periodo compreso tra il 900 e il 200 a.C. (incluso il periodo repubblicano). Questo gruppo mostra un chiaro cambiamento ancestrale dall'Età del Rame, interpretato da ADMIXTURE come l'aggiunta di una componente ancestrale correlata alle steppe (...) È interessante notare che, sebbene gli individui dell'Età del Ferro siano stati campionati sia da contesti etruschi (n=3) che latini (n=6), non abbiamo rilevato differenze significative tra i due gruppi con statistiche f4 nella forma f4(RMPR_Etruscan, RMPR_Latin; popolazione di prova, Onge), suggerendo origini comuni o un ampio scambio genetico tra di loro.]» - ^ a b c d e f g h i j k (EN) Cosimo Posth et al., The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect (abstract), in Science Advances, vol. 7, n. 39, Washington, D.C., American Association for the Advancement of Science, 24 settembre 2021, DOI:10.1126/sciadv.abi7673. URL consultato il 30 settembre 2021 (archiviato il 25 settembre 2021).
- ^ (EN) Chiara Barbieri, Paul Widmer, Advances in population genetics and language history: How large datasets and ancient DNA changed the picture, in Martine Robbeets, Mark Hudson (a cura di), The Oxford Handbook of Archaeology and Language, Oxford Handbooks, 1ª ed., Oxford, Oxford University Press, 2025, p. 207, ISBN 9780192694553.«An informative case study is the one of the Etruscans, a population from central Italy who spoke a (now extinct) non-Indo-European language. According to historians of that time, the ancestors of the Etruscans belonged to the tribe of the Lydians. Because of extreme famine, a group of Lydians chosen by lot had to leave their homelands in western Anatolia and settled in Italy (Herodotus, 1.94.5–7). Recently, a large aDNA transect study showed that Etruscans lacked a recent Anatolian-related admixture. They had been assimilating local ancestries, possibly of Italic origin, and have been also sharing genetic profiles with neighbouring Romans (Posth et al. 2021). These genetic results would not support Herodotus’ narrative of an Anatolian origin of the Etruscan language but would be compatible with local development with a few sources of admixture (Bonfante and Bonfante 2002).
[Un caso di studio istruttivo è quello degli Etruschi, una popolazione dell'Italia centrale che parlava una lingua non indoeuropea (oggi estinta). Secondo gli storici dell'epoca, gli antenati degli Etruschi appartenevano alla tribù dei Lidi. A causa di una grave carestia, un gruppo di Lidi, scelto a sorte, dovette lasciare la propria terra d'origine nell'Anatolia occidentale e stabilirsi in Italia (Erodoto, 1.94.5-7). Recentemente, un ampio studio di incroci del DNA antico ha dimostrato che gli Etruschi non presentavano una recente mescolanza genetica di origine anatolica. Avevano assimilato antenati locali, forse di origine italica, e condividevano anche profili genetici con i vicini Romani (Posth et al. 2021). Questi risultati genetici non supporterebbero la narrazione di Erodoto sull'origine anatolica della lingua etrusca, ma sarebbero compatibili con uno sviluppo locale con poche fonti di mescolanza genetica (Bonfante e Bonfante 2002).]» - ^ a b (EN) Valentina Zaro, Palaeogenetic analyses on human ancient remains. The Etruscans from Felsina and surroundings: genomic evidence from the Po Valley during the Etruscan period, Parma, Università di Parma, 2023.
- ^ a b (EN) Gianna Bagnasco et al., Bioarchaeology aids the cultural understanding of six characters in search of their agency (Tarquinia, ninth–seventh century BC, central Italy), in Scientifica Reportes, Nature, vol. 14, n. 11895, Londra, Nature Portfolio, 2024, DOI:10.1038/s41598-024-61052-z.
- ^ a b Valentina Zaro, Stefania Vai, Alessandra Modi, Martina Lari, David Caramelli, Cosimo Posth, Origine ed eredità degli Etruschi: il contributo della paleogenetica, in Simona Marchesini (a cura di), Rhaeti & Co. Nuovi scenari sulla questione tirrenica, Verona, Alteritas Academy Press, 2024, pp. 81–96, DOI:10.60973/RHAETIZAROETAL, ISBN 978-88-947814-0-3. URL consultato il 21 maggio 2026.
- ^ (FR) Dominique Briquel, Les Pélasges en Italie, recherches sur l’histoire de la légende, collana Bibliothèque des Écoles Françaises d’Athènes et de Rome, vol. 252, Roma, École Française de Rome, 1984.
- ^ a b (FR) Dominique Briquel, L’origine lydienne des Étrusques, histoire du thème dans la littérature antique, collana Collection de l’École Française de Rome, vol. 139, Roma, École Française de Rome, 1991.
- ^ a b c d e f g h Roberto Sammartano, Le tradizioni letterarie sulle origini degli Etruschi: status quaestionis e qualche considerazione a margine, in Vincenzo Bellelli (a cura di), Le origini degli Etruschi: storia, archeologia, antropologia, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2012, pp. 49-84, ISBN 8882657426.«La molteplicità delle versioni pervenute sulle origini leggendarie di questo ethnos – che si possono riassumere nelle tre tesi rispettivamente dell’autoctonia, dell’identificazione dei Tirreni con un ramo dell’antichissimo popolo dei Pelasgi e della provenienza dei Tirreni dalla Lidia – mostra come le opinioni degli antichi potessero variare in maniera anche radicale, a seconda dei momenti storici e delle prospettive da cui veniva osservata la realtà etrusca: mentre la tesi dell’autoctonia metteva in risalto, in maniera dispregiativa, l’incolmabile distanza etnica e culturale esistente tra Greci ed Etruschi, i due filoni dell’origine pelasgica e lidia agganciavano le radici del popolo italico ad un orizzonte geografico, etnico e culturale più vicino al mondo ellenico. In quest’ottica, gli Etruschi potevano essere presentati in una veste più favorevole agli occhi dei Greci ed essere considerati perfino, in taluni casi, come genti affini agli Elleni»
- ^ (FR) Dominique Briquel, Les Tyrrhènes, peuple des tours, l’autochtonie des Étrusques chez Denys d’Halicarnasse, collana Collection de l’École Française de Rome, vol. 178, Roma, École Française de Rome, 1993.
- ^ (EN) D. W. R. Ridgway, Etruscans, in Simon Hornblower, Antony Spawforth, Esther Eidinow (a cura di), The Oxford Companion to Classical Civilization, 2ª ed., Oxford, Oxford University Press, 2014, pp. 291-292, DOI:10.1093/acrefore/9780199381135.013.2510, ISBN 9780191016752.«Briquel's convincing demonstration that the famous story of an exodus, led by Tyrrhenus from Lydia to Italy, was a deliberate political fabrication created in the Hellenized milieu of the court at Sardis in the early 6th cent. bce..
[La convincente dimostrazione di Briquel secondo cui la famosa storia dell'esodo, guidato da Tirreno dalla Lidia all'Italia, era una deliberata invenzione politica creata nell'ambiente ellenizzato della corte di Sardis all'inizio del VI secolo a.C.]» - ^ Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta sin dall’antichità, in M. Torelli (ed.), Gli Etruschi [Catalogo della mostra, Venezia, 2000], Bompiani, Milano, 2000, p. 43-51.
- ^ a b c d (EN) Rex E. Wallace, Italy, Languages of, in Michael Gagarin (a cura di), The Oxford Encyclopedia of Ancient Greece and Rome, I, Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 97-102, DOI:10.1093/acref/9780195170726.001.0001, ISBN 9780195170726.«Etruscan origins lie in the distant past. Despite the claim by Herodotus, who wrote that Etruscans migrated to Italy from Lydia in the eastern Mediterranean, there is no material or linguistic evidence to support this. Etruscan material culture developed in an unbroken chain from Bronze Age antecedents. As for linguistic relationships, Lydian is an Indo-European language. Lemnian, which is attested by a few inscriptions discovered near Kamania on the island of Lemnos, was a dialect of Etruscan introduced to the island by commercial adventurers. Linguistic similarities connecting Etruscan with Raetic, a language spoken in the sub-Alpine regions of northeastern Italy, further militate against the idea of eastern origins.
[Le origini etrusche risalgono a un passato remoto. Nonostante l'affermazione di Erodoto, secondo cui gli Etruschi migrarono in Italia dalla Lidia, nel Mediterraneo orientale, non esistono prove materiali o linguistiche a sostegno di questa tesi. La cultura materiale etrusca si è sviluppata in modo ininterrotto a partire da antecedenti dell'età del bronzo. Per quanto riguarda le relazioni linguistiche, il lidio è una lingua indoeuropea. Il lemno, attestato da alcune iscrizioni rinvenute vicino a Kamania, sull'isola di Lemno, era un dialetto etrusco introdotto sull'isola da avventurieri mercanti. Le somiglianze linguistiche che collegano l'etrusco al retico, una lingua parlata nelle regioni subalpine dell'Italia nord-orientale, smentiscono ulteriormente l'idea di origini orientali.]» - ^ Si veda più avanti il passo di Dionigi riportato nel paragrafo dedicato alla tesi dell'autoctonia.
- ^ Villanoviano, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ^ a b Il retico, in Dipartimento di Studi Umanistici (DSU), Laboratorio di epigrafia dell'Italia antica, Università Cà Foscari di Venezia)., su virgo.unive.it. URL consultato il 22 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 22 dicembre 2018).
- ^ a b c d e f (EN) Harald Haarmann, Ethnicity and Language in the Ancient Mediterranean, in Jeremy McInerney (a cura di), A Companion to Ethnicity in the Ancient Mediterranean, Chichester, UK, John Wiley & Sons, Inc, 2014, pp. 17-33, DOI:10.1002/9781118834312.ch2, ISBN 9781444337341.
- ^ Simona Marchesini, L’onomastica nella ricostruzione del lessico: il caso di Retico ed Etrusco, in Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, vol. 131-1, n. 1, Roma, École française de Rome, 2019, pp. 123-136.
- ^ Mauro Rubini, Silvia Mogliazza, Storia delle popolazioni italiane dal Neolitico a oggi. I nuovi orientamenti dell'Antropologia, Roma, Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio, 2005.
- ^ Etruschi: confermata l'origine autoctona. Non provenivano dall'Anatolia, in Corriere della Sera, Milano, RCS MediaGroup, 7 febbraio 2013. URL consultato il 24 dicembre 2019.«Gli Etruschi erano una popolazione stanziata da tempo in Italia e non provenivano dall'Anatolia, l'attuale Turchia. Aveva quindi ragione Dionigi di Alicarnasso, che sosteneva la prima tesi già nel I secolo avanti Cristo, e torto il suo predecessore Erodoto, che riportava l'origine orientale nel V secolo a. C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Plos One, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Università di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell’Università di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano.»
- ^ La vera origine degli Etruschi, in Le Scienze, Roma, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., 11 febbraio 2013. URL consultato il 24 dicembre 2019.«Il confronto fra il DNA mitocondriale dell'attuale popolazione toscana e quello estratto da ossa scoperte in alcune tombe antiche ha mostrato che gli Etruschi non sono arrivati dall'Anatolia, come invece sosteneva Erodoto, ma erano una popolazione autoctona italica, come sosteneva Dionigi di Alicarnasso. Oggi i discendenti di quella antica popolazione sono pochi e dispersi in alcune piccole comunità della Toscana»
- ^ Il Dna degli Etruschi è ancora 'vivo', in ANSA, Roma, Agenzia Nazionale Stampa Associata, 8 febbraio 2013.«Il confronto con Dna provenienti dall'Asia dimostra inoltre, prosegue l'esperto, che "fra l'Anatolia e l'Italia ci sono state sì migrazioni, ma che sono avvenute migliaia di anni fa, nella preistoria. Quindi non hanno rapporto con la comparsa della civiltà etrusca nell'VIII secolo avanti Cristo. Viene così smentita l'idea di un'origine orientale degli Etruschi, ripresa alcuni anni fa, da studi genetici che però si basavano solo su Dna moderni".»
- ^ a b Alla componente ancestrale Steppe i genetisti attribuiscono un ruolo nella diffusione delle lingue indoeuropee Cfr. David Reich, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.
- ^ Redazione, Ricostruito il Dna degli Etruschi, in ANSA, Roma, 25 settembre 2021. URL consultato il 15 ottobre 2021.
- ^ Le origini degli Etruschi? Non erano originari dell’Oriente ma cugini degli Italici, in Sky TG24, Milano, Sky Italia, 25 settembre 2021. URL consultato il 15 ottobre 2021.«Che origine avevano gli Etruschi? A svelarlo uno studio internazionale sul Dna antico, che dimostra che gli Etruschi condividevano il profilo genetico dei Latini della vicina Roma e che gran parte del loro genoma derivava da antenati provenienti dalla steppa Eurasiatica durante l'età del bronzo»
- ^ Redazione, L'origine degli Etruschi scritta nel DNA antico, in Le Scienze, Roma, GEDI Gruppo Editoriale, 27 settembre 2021. URL consultato il 15 ottobre 2021.
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- ^ Il consenso maggiore è che la lingua lidia appartenga alla famiglia linguistica indoeuropea anatolica e che la lingua etrusca sia invece una lingua preindoeuropea con forti affinità alla lingua retica e a quella delle poche iscrizioni di Lemnos.
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- ^ Wolfgang Helbig, Sopra la provenienza degli Etruschi, in Annali dell'Instituto di corrispondenza archeologica, 1884, p. 141.«[...] hanno ragione quei dotti i quali riconoscono nei Reti tribù etrusche colà rimaste, quando gli Etruschi immigrarono in Italia. Lungi dalle influenze civili i Reti, anche in tempo posteriore, hanno conservato più o meno la primitiva barbarie degli antenati»
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- ^ Simona Marchesini, L’onomastica nella ricostruzione del lessico: il caso di Retico ed Etrusco, in Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, vol. 131-1, Roma, École française de Rome, 2019, pp. 123-136, DOI:10.4000/mefra.7613.
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[I tratti del viso, tuttavia, non costituiscono probabilmente un vero ritratto, ma piuttosto seguono una formula per rappresentare l'uomo in Etruria nell'arte arcaica. È stato osservato che la formula utilizzata – con il volto di profilo, che mostra occhi a mandorla, un naso grande e un profilo a cupola della sommità del capo – ha dei paralleli nelle immagini del Mediterraneo orientale. Ma questi tratti potrebbero essere solo convenzioni artistiche e quindi avere un valore limitato per la determinazione dell'etnia.]» - ^ Ranuccio Bianchi Bandinelli, Il problema del ritratto, in L'arte classica, Roma, Editori Riuniti, 1984.
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- ^ (EN) Corinna Riva, A Short History of the Etruscans, Londra, Bloomsbury Publishing, 2020.
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[In conclusione, i ritrovamenti archeologici dell'XI-X secolo a.C. non testimoniano solo influenze transadriatiche sulla lavorazione di gioielli e armi, nonché sull'equipaggiamento dei guerrieri e sull'abbigliamento femminile, ma anche influenze religiose e intellettuali. Queste ultime sono da ricondurre principalmente alla migrazione su larga scala di gruppi di popolazione stranieri (provenienti dai Carpazi e/o dai Balcani nord-occidentali) attraverso l'Adriatico durante la transizione tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro, tra l'XI e il X secolo a.C. Le specifiche forme di lancia e fibbia di origine straniera erano ancora una parte importante dell'equipaggiamento dei guerrieri etruschi e dell'abbigliamento delle donne etrusche tra la fine dell'VIII e il VII secolo a.C. Si può quindi presumere che gruppi di popolazione dell'area carpatica e dei Balcani nord-occidentali abbiano svolto un ruolo importante nella genesi degli Etruschi nell'Italia centrale tirrenica.]» - ^ (EN) Mary E. Moser, The origins of the Etruscans: new evidence for an old question, in John Franklin Hall (a cura di), Etruscan Italy: Etruscan Influences on the Civilizations of Italy from Antiquity to the Modern Era, Provo, Utah, Museum of Art, Brigham Young University, 1996, pp. 29-43, ISBN 0842523340.
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[Sette crani etruschi furono rinvenuti a Corneto Tarquinia tra il 1881 e il 1882 e donati alla collezione anatomica di Rostock nel 1882. L'origine degli Etruschi, contemporanei dei Celti, non è ancora chiara; secondo Erodoto, sarebbero emigrati dalla Lidia, in Asia Minore, verso l'Italia. Per collocare i crani etruschi in un contesto etnologico, questi furono confrontati con resti scheletrici del primo millennio a.C. Tutti i crani ritrovati appartenevano a individui di sesso maschile; la loro età variava dai 20 ai 60 anni, con un'età media di circa trenta. Un confronto tra i profili sagittali mediani dei crani etruschi e quelli dei crani celtici di Hallstatt, provenienti dalla Baviera settentrionale, ha mostrato che i primi erano più corti e più bassi. La lunghezza massima del cranio, la larghezza frontale minima, l'altezza del bregma auricolare, la larghezza bizigomatica e la larghezza orbitale dei crani etruschi erano statisticamente significativamente meno sviluppati rispetto ai celti di Hallstatt della Baviera settentrionale. Rispetto ad altri resti scheletrici contemporanei, i crani etruschi non presentavano somiglianze con i crani celtici di Hallstatt della Baviera settentrionale e del Baden-Württemberg, ma piuttosto con i crani celtici di Hallstatt in Austria. Rispetto a resti scheletrici cronologicamente adiacenti, i crani etruschi non mostravano somiglianze con i crani dell'antica età del bronzo della Moravia, ma con i crani celtici di Latène provenienti da Manching, nella Baviera meridionale. A causa delle somiglianze dei crani etruschi con alcuni crani celtici della Baviera meridionale e dell'Austria, sembra più probabile che gli Etruschi fossero abitanti originari dell'Etruria piuttosto che immigrati.]» - ^ a b c d (EN) Silvia Ghirotto et al., Origins and Evolution of the Etruscans' mtDNA, in PLOS ONE, Public Library of Science, 6 febbraio 2013, DOI:10.1371/journal.pone.0055519, PMID 23405165. URL consultato il 16 marzo 2015.
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[Il sottogruppo G-L497 ha probabilmente avuto origine nell'Europa centrale ed è stato prevalente nelle popolazioni europee fin dal periodo neolitico [60,68]. Il sottogruppo G-L497 potrebbe potenzialmente essere associato alla cultura Linearbandkeramik (LBK) dell'Europa centrale.]» - ^ a b (EN) Hannah M .Moots et al., A genetic history of continuity and mobility in the Iron Age central Mediterranean, in Nature Ecology & Evolution, vol. 7, 2023, pp. 1515–1524, DOI:10.1038/s41559-023-02143-4.
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[In quel periodo politico, il fulcro dell'identità era probabilmente il gruppo di discendenza e la comunità, una tensione che forse non si è mai risolta in Etruria. Molte speculazioni sono state dedicate alla natura biologica degli Etruschi, una ricerca recentemente intensificata dallo studio del DNA antico (aDNA; Perkins 2017; Posth et al. 2021). Allo stato attuale, il campione di dati raccolto non è conclusivo, ma indica, come sottolineato da diversi studiosi (Perkins 2009; Stoddart 2014; Shipley 2017), che l'identificazione di un'élite endogamica proveniente dalla Lidia, come interpretata da alcuni a partire da un celebre passo di Erodoto, è altamente improbabile.]» - ^ (EN) Cristiano Vernesi et al., The Etruscans: A Population-Genetic Study, in The American Society of Human Genetics, vol. 74, n. 4, Amsterdam, Elsevier Inc, 1º aprile 2004, pp. 694-704, DOI:10.1086/383284. URL consultato il 12 marzo 2015.
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[Il dibattito sulle origini degli Etruschi, la cui presenza nell'Italia centrale è documentata tra l'VIII secolo a.C. e il I secolo d.C., risale all'antichità. Erodoto li descrisse come un gruppo di immigrati provenienti dalla Lidia, nell'Anatolia occidentale, mentre per Dionigi di Alicarnasso si trattava di una popolazione indigena. La visione di Dionigi è condivisa dalla maggior parte degli archeologi moderni, ma l'osservazione di somiglianze tra il DNA mitocondriale (mtDNA) (moderno) di turchi e toscani è stata interpretata a sostegno di un'origine anatolica degli Etruschi. Tuttavia, le prove del DNA antico dimostrano che solo alcuni gruppi isolati, e non la maggior parte della popolazione toscana moderna, sono geneticamente imparentati con gli Etruschi. In questo studio, abbiamo testato modelli alternativi di origine etrusca mediante metodi di calcolo bayesiano approssimato, confrontando i livelli di diversità genetica nel mtDNA di popolazioni moderne e antiche con quelli ottenuti da milioni di simulazioni al computer. I risultati dimostrano che le somiglianze genetiche osservate tra i toscani moderni e gli anatolici non possono essere attribuite a un'ondata migratoria dall'Oriente che abbia portato all'avvento della cultura etrusca in Italia. I legami genetici tra la Toscana e l'Anatolia esistono, ma risalgono a una fase remota della preistoria, forse, ma non necessariamente, alla diffusione degli agricoltori durante il Neolitico.]» - ^ (EN) Wolfgang Haak et al., Ancient DNA from the first European farmers in 7500-year-old Neolithic sites, in Science, vol. 310, n. 5750, Washington, DC, American Association for the Advancement of Science (United States), 11 novembre 2005, pp. 1016-1018, DOI:10.1126/science.1118725, PMID 16284177.
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[In effetti, mentre la presenza di J2a-M67* suggerisce contatti via mare con popolazioni anatoliche, in accordo con l'ipotesi di Erodoto di una fonte esterna anatolica degli Etruschi, il ritrovamento del lignaggio centroeuropeo G2a-L497 con notevole frequenza supporterebbe piuttosto un'origine nordeuropea degli Etruschi. D'altra parte, l'elevata incidenza dei lignaggi europei R1b non può escludere lo scenario di un processo autoctono di formazione della civiltà etrusca a partire dalla precedente società villanoviana, come suggerito per la prima volta da Dionigi di Alicarnasso; un'analisi dettagliata dell'aplogruppo R1b-U152 potrebbe rivelarsi molto utile a questo riguardo.]» - ^ (EN) Francesca Brisighelli et al., Uniparental Markers of Contemporary Italian Population Reveals Details on Its Pre-Roman Heritage, in PLOS ONE, Public Library of Science, 10, DOI:10.1371/journal.pone.0050794. URL consultato il 29 ottobre 2018 (archiviato il 25 giugno 2024).
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